Guerra Iran-Israele spinge 40 aziende a valutare Istanbul come alternativa al Golfo

Quaranta aziende con operazioni nel Golfo hanno avviato colloqui con l’Istanbul Financial Center per valutare uno spostamento parziale delle proprie attività in Turchia. A riferirlo è Ahmet Ihsan Erdem, CEO dell’IFC, in un’intervista a Reuters. La maggior parte delle società interessate ha sede nell’Asia orientale o nei paesi del Golfo. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran — con le ritorsioni iraniane su obiettivi nella regione — ha accelerato valutazioni che in alcuni casi erano già in corso prima dell’escalation militare.

Il centro finanziario di Istanbul cerca spazio nel riassetto regionale

L’Istanbul Financial Center è un complesso di edifici moderni inaugurato tre anni fa sul lato asiatico della città, sotto la gestione del fondo sovrano turco. Attualmente ospita la banca centrale, istituti di credito statali e autorità di vigilanza finanziaria. Tra le agevolazioni offerte figurano esenzioni dall’imposta sulle società per i primi dieci anni di attività. L’obiettivo dichiarato del governo turco era dotare Istanbul di un polo finanziario in grado di competere con quello già consolidato sul lato europeo della città.

Erdem ha precisato che circa 15 degli incontri erano già stati programmati prima dell’inizio del conflitto. “Gli sviluppi regionali hanno intensificato questi contatti”, ha dichiarato. Le aziende coinvolte nei colloqui provengono da Malaysia, Giappone, Singapore, Corea del Sud e Hong Kong, e operano nei settori fintech, finanza islamica e assicurazioni. L’IFC sta anche valutando “potenziali aree di cooperazione” con ministeri e legislatori di questi paesi.

La guerra sposta i flussi finanziari dal Golfo

Il conflitto ha prodotto effetti concreti sull’operatività delle imprese nella regione. Alcune società finanziarie hanno disposto il lavoro da remoto per il proprio personale in zona. HSBC ha chiuso temporaneamente tutti i suoi sportelli in Qatar fino a nuovo avviso. Segnali che indicano una percezione del rischio operativo in aumento, non limitata alla sola fase acuta degli scontri.

Dubai resta il principale hub finanziario del Golfo e la sua infrastruttura — sia normativa che logistica — rimane difficile da replicare nel breve termine. Tuttavia, la guerra ha riportato alla luce una vulnerabilità strutturale: la concentrazione geografica delle attività in un’area soggetta a instabilità intermittente. Istanbul, con la sua posizione tra Europa e Asia, sistemi bancari maturi e incentivi fiscali mirati, si propone come opzione di diversificazione — non necessariamente sostitutiva.

L’IFC punta a raddoppiare la propria capacità occupazionale entro fine anno, passando a circa 40.000 lavoratori con un tasso di occupazione degli spazi del 75 per cento. Ulteriori istituzioni statali turche sono previste in trasferimento nel centro nei prossimi mesi.

Cosa cambia per chi opera da Dubai

Per le aziende già insediate a Dubai o che valutano il Golfo come base operativa, i colloqui in corso con Istanbul non indicano un esodo, ma una revisione dei modelli di presenza regionale. Il concetto di “hub secondario” o di ridistribuzione delle funzioni su più sedi sta guadagnando terreno. Grandi gruppi asiatici con operazioni estese nel Medio Oriente potrebbero optare per strutture ibride, mantenendo le funzioni commerciali nel Golfo e spostando parte di quelle amministrative o di compliance in giurisdizioni percepite come più stabili sul piano geopolitico.

La Turchia, membro NATO con rapporti commerciali attivi sia con Occidente che con paesi non allineati, offre un profilo di rischio diverso — non necessariamente inferiore, ma alternativo. Per chi gestisce portafogli o operazioni regionali, è una variabile che torna nei calcoli.

Cristiano Volpi
Cristiano Volpihttps://dubai24.it
Consulente e imprenditore con base a Dubai e a Tallinn. Fondatore di Volpi & Partners FZ LLC e direttore editoriale di dubai24.it, specializzato in fiscalità internazionale e mercati degli Emirati Arabi Uniti.

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