Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha fissato una condizione non negoziabile per qualsiasi intesa tra Washington e Teheran: la libertà di transito nello Stretto di Hormuz deve essere garantita. Parlando a un briefing nel fine settimana, Gargash ha aggiunto che un accordo privo di vincoli stringenti sul programma nucleare iraniano e sui missili e droni di Teheran non porterebbe stabilità, ma un Medio Oriente più pericoloso e imprevedibile. La posizione emiratina riflette una preoccupazione condivisa da molti attori regionali e globali: che i negoziati in corso producano un’intesa parziale, incapace di affrontare le radici strutturali dell’instabilità.
Lo Stretto di Hormuz fuori dalla logica del bargaining regionale
Gargash ha usato un linguaggio netto: lo Stretto di Hormuz non può essere “weaponised”, cioè trasformato in leva di pressione nelle trattative. Attraverso quello specchio d’acqua di circa 33 chilometri nel punto più stretto passa circa il 20% del petrolio mondiale, oltre a quote rilevanti di gas naturale liquefatto prodotto nel Golfo Persico. Qualsiasi interruzione del traffico, anche temporanea, avrebbe effetti immediati sui mercati energetici globali.
Gli Emirati, che affacciano direttamente sullo Stretto e dipendono da esso per gran parte delle proprie esportazioni di idrocarburi, hanno un interesse diretto e concreto a mantenerlo aperto. Ma Gargash ha inquadrato la questione in termini più ampi: la sicurezza di Hormuz non è una variabile regionale da includere in un pacchetto negoziale, bensì un presupposto dell’ordine economico internazionale.
Il nodo nucleare e il dossier missilistico
La dichiarazione emiratina arriva in un momento in cui i contatti diplomatici tra Stati Uniti e Iran si sono intensificati. L’amministrazione Trump ha avviato colloqui indiretti con Teheran, con la mediazione dell’Oman, puntando a una soluzione che limiti le ambizioni nucleari iraniane in cambio di allentamenti alle sanzioni.
Abu Dhabi guarda a questi sviluppi con un misto di interesse e cautela. Il timore principale è che l’accordo si concentri esclusivamente sul nucleare, lasciando intatti i programmi missilistici e la rete di milizie proxy che Teheran ha sviluppato in Iraq, Yemen, Libano e Siria. Questo scenario, nella lettura emiratina, non ridurrebbe la pressione sulla regione ma la redistribuirebbe in forme diverse.
La posizione degli EAU si inserisce in un contesto in cui i Paesi del Golfo hanno progressivamente ridotto la dipendenza da Washington per la propria sicurezza, diversificando le partnership strategiche e costruendo capacità militari autonome. Al tempo stesso, Abu Dhabi ha mantenuto canali di dialogo pragmatici con Teheran, soprattutto sul piano commerciale, pur non rinunciando a una linea ferma sui dossier di sicurezza.
Le implicazioni per gli investitori
Per chi opera o investe a Dubai, la stabilità dello Stretto di Hormuz è una variabile macroeconomica di primo piano. La logistica, il commercio di commodities e il mercato energetico del Golfo sono direttamente esposti a qualsiasi scenario di escalation. Il fatto che Abu Dhabi abbia scelto di rendere pubblica questa posizione in una fase negoziale ancora aperta segnala la volontà emiratina di influenzare i termini del dibattito, non solo di subirne gli esiti.
Un accordo che soddisfi i parametri indicati da Gargash — nucleare, missili, droni — consoliderebbe il quadro di stabilità su cui Dubai ha costruito il proprio modello di hub globale. Un’intesa parziale lascerebbe aperti fronti di rischio che gli investitori internazionali già monitorano con attenzione.
