Gli Emirati Arabi Uniti hanno fissato una condizione esplicita per qualsiasi intesa diplomatica tra Washington e Teheran: la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz deve essere garantita per iscritto in ogni accordo finale. La posizione, articolata dal consigliere diplomatico presidenziale Anwar Gargash, va oltre la richiesta di cessate il fuoco e punta a definire l’architettura di sicurezza del dopoguerra. Per Abu Dhabi, un’intesa che congeli le ostilità senza affrontare le capacità militari iraniane e la minaccia alle rotte marittime sarebbe peggio di un accordo mancato. Il conflitto in corso ha già prodotto un’interruzione nei transiti petroliferi attraverso lo Stretto, che movimenta circa un quinto delle forniture globali di gas e petrolio.
La posta in gioco sullo Stretto
Lo Stretto di Hormuz è diventato il punto nevralgico del conflitto. Le azioni iraniane contro il traffico marittimo e le infrastrutture energetiche del Golfo hanno colpito in modo diretto gli EAU, che rappresentano uno dei principali hub logistici ed energetici della regione. Abu Dhabi non può permettersi un assetto post-crisi in cui Teheran conservi la leva di poter bloccare o minacciare il passaggio delle petroliere.
Gargash ha inquadrato la questione non come un interesse regionale ma come un imperativo economico globale, cercando in questo modo di allargare la base di sostegno internazionale attorno alla posizione emiratina. L’obiettivo è trasformare la sicurezza marittima da punto negoziale bilaterale USA-Iran a condizione non derogabile riconosciuta dalla comunità internazionale. In questo senso, gli EAU si candidano a interlocutori attivi nel processo negoziale, non semplici osservatori.
Il rischio di un accordo parziale
La preoccupazione principale di Abu Dhabi riguarda la tenuta nel tempo di qualsiasi intesa. Un cessate il fuoco che non affronti le capacità missilistiche e di droni iraniane, né i network di influenza regionale di Teheran, lascerebbe irrisolte le cause strutturali dell’instabilità. Gli EAU temono che un accordo superficiale possa produrre un contesto ancora più pericoloso nel medio periodo, con crisi ricorrenti e margini di manovra ridotti per tutti gli attori del Golfo.
Questa lettura riflette uno scetticismo diffuso tra i paesi del Golfo verso le intese parziali, già emerso in passato in relazione al JCPOA del 2015, percepito da Riyadh e Abu Dhabi come un accordo che non affrontava il dossier missilistico né il ruolo regionale dell’Iran. Donald Trump, dal canto suo, ha intensificato la pressione su Teheran minacciando nuovi attacchi alle infrastrutture critiche in caso di mancata riapertura dello Stretto. Una strategia coercitiva che sostiene gli obiettivi emiratini ma che aumenta il rischio di escalation incontrollata.
Il riposizionamento strategico del Golfo
Il conflitto sta accelerando un riallineamento nei rapporti di sicurezza dell’area. Secondo Gargash, le azioni iraniane stanno producendo l’effetto opposto a quello cercato da Teheran: invece di allontanare i paesi del Golfo dagli Stati Uniti, le pressioni militari li stanno spingendo verso una cooperazione più stretta con Washington e verso una maggiore apertura al coordinamento con Israele. Gli EAU hanno già segnalato la disponibilità a partecipare a qualsiasi iniziativa internazionale a guida americana per la protezione delle rotte marittime.
Quello che fino a poco tempo fa veniva considerato uno scenario-limite, un confronto diretto e prolungato tra Iran e paesi del Golfo, è oggi una realtà operativa. Abu Dhabi risponde proiettando stabilità verso i mercati e i partner internazionali, ma allo stesso tempo esercita una pressione decisa affinché qualsiasi soluzione diplomatica abbia basi solide.
La posizione emiratina sintetizza una convinzione maturata nel corso della crisi: sicurezza economica e sicurezza nazionale sono diventate inseparabili. La militarizzazione delle rotte energetiche ha spostato la soglia del rischio accettabile, rendendo l’accesso allo Stretto una linea rossa che Abu Dhabi non è disposta a negoziare.
Fonte: Reuters
