Gli Emirati Arabi chiedono garanzie sullo Stretto di Hormuz in qualsiasi accordo USA-Iran

Abu Dhabi ha fissato una condizione non negoziabile per qualsiasi intesa tra Washington e Teheran: la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz deve essere esplicitamente garantita. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha dichiarato che lo Stretto “non può essere tenuto in ostaggio da nessun paese” e che la sua sicurezza non è una questione regionale ma un’esigenza economica globale. Circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali transita ogni giorno da quella rotta. La posizione emiratina arriva mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran supera le cinque settimane di combattimenti, con attacchi iraniani che hanno già ridotto il traffico navale e perturbato i flussi energetici internazionali.

Il conflitto e le sue origini

Lo scontro è esploso il 28 febbraio, dopo il fallimento dei negoziati sul dossier nucleare iraniano tra Washington e Teheran. L’Iran ha risposto con missili e droni diretti contro Israele, basi statunitensi nel Golfo e infrastrutture civili della regione, tra cui porti, aeroporti e centri commerciali. Stati Uniti e Israele hanno condotto raid descrivendo i propri obiettivi come impianti legati allo sviluppo di armi nucleari, missili balistici e reti di gruppi proxy sostenuti da Teheran. Il presidente Trump ha intimato all’Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz e di accettare un accordo, minacciando ulteriori attacchi alle infrastrutture energetiche e di trasporto iraniane in caso di mancata ottemperanza.

Gargash ha chiarito che un semplice cessate il fuoco non sarebbe sufficiente se le cause strutturali della crisi non venissero affrontate. Ha citato il programma nucleare iraniano, i missili e i droni come elementi che restano problematici indipendentemente da qualsiasi tregua temporanea. La posizione di Abu Dhabi è che qualsiasi accordo debba includere impegni vincolanti sulla navigazione commerciale, non lasciare margini di ambiguità su questo punto.

Gli Emirati tra pressione iraniana e legami con Washington

Tra i paesi del Golfo, gli Emirati Arabi risultano tra i più colpiti dagli attacchi iraniani. Gargash ha ammesso che fino a poco tempo fa un attacco diretto dall’Iran era considerato improbabile, ma che questa valutazione è stata smentita dai fatti. Ha descritto la situazione economica del paese come stabile e capace di riprendersi, pur riconoscendo che il percorso sarà impegnativo.

Negli anni precedenti, Abu Dhabi aveva adottato una strategia di equilibrio: mantenere rapporti solidi con Washington senza rompere definitivamente con Teheran, arrivando anche a ripristinare le relazioni diplomatiche con l’Iran. Gargash ha riconosciuto che questo approccio non ha impedito l’escalation attuale. Ha aggiunto che le azioni iraniane rischiano di produrre un effetto contrario agli interessi di Teheran: rafforzare la presenza militare americana nella regione e ampliare il ruolo di Israele, outcomes che Teheran dichiara di voler evitare.

Sul piano delle alleanze, Gargash ha confermato che gli Stati Uniti restano il principale partner di sicurezza degli Emirati e che Abu Dhabi intende approfondire questa relazione. Ha citato il miglioramento dei sistemi di difesa aerea emiratini da parte americana e ha definito la Francia un alleato affidabile.

Le implicazioni per i mercati energetici globali

La riduzione del traffico navale nello Stretto di Hormuz ha già esercitato pressioni sui mercati energetici. La rotta è fondamentale per le esportazioni di greggio di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Iran e degli stessi Emirati, oltre che per i carichi di GNL del Qatar. Qualsiasi interruzione prolungata si traduce in rincari che si propagano rapidamente alle economie importatrici.

Funzionari regionali ritengono che gli attacchi iraniani alle rotte marittime e agli impianti energetici siano intesi a fare pressione sui paesi del Golfo affinché spingano Washington a interrompere la propria campagna militare. Gli operatori dello shipping e i mercati delle materie prime seguono da vicino l’evoluzione dei negoziati: le condizioni poste da Abu Dhabi indicano che qualsiasi accordo senza garanzie esplicite sulla navigazione difficilmente troverà consenso nella regione.

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