Guerra nel Golfo: il lusso a Dubai paga il calo del turismo

Un mese dopo l’inizio del conflitto innescato dall’offensiva israelo-americana contro l’Iran, e dai successivi attacchi missilistici iraniani su Dubai, i negozi del lusso negli shopping mall della città registrano un crollo del traffico clienti. I turisti hanno lasciato la città, gli aeroporti di Dubai, Doha e Abu Dhabi operano a ranghi ridotti o sono rimasti temporaneamente chiusi. Resta la clientela locale, che continua a frequentare le boutique, ma non basta a compensare le perdite. Gli analisti di Bernstein stimano che le vendite del settore lusso nella regione si siano dimezzate nel mese di marzo.

Il peso del turismo sui conti del lusso

Il Medio Oriente vale tra il 6 e l’8 percento del fatturato globale dei grandi marchi del lusso, secondo Bernstein, ed è una delle poche aree geografiche ancora in crescita prima dello scoppio del conflitto. Oltre la metà delle boutique della regione è concentrata in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, con le più redditizie situate al Dubai Mall: 1.200 negozi, un acquario gigante, cascate interne e oltre 110 milioni di visitatori annui.

Il crollo è attribuibile in larga parte alla componente turistica. I viaggiatori internazionali — sia i visitatori diretti sia quelli in transito attraverso i grandi hub aeroportuali del Golfo — rappresentano una quota determinante degli acquisti nelle “fashion avenue” dei mall. Senza di loro, anche i punti vendita più iconici si trovano con il personale in attesa e le casse ferme.

Per evitare che le chiusure anticipate alimentassero un effetto-panico, il gruppo immobiliare Emaar — proprietario di diversi mall della città — ha vietato ai retailer di ridurre gli orari o abbassare le saracinesche. Secondo una fonte del settore sentita dall’AFP, i marchi che avevano avanzato questa richiesta sarebbero stati minacciati di rescissione del contratto d’affitto.

L’industria punta sul digitale e attende la ripresa

Diversi brand hanno risposto al calo di presenze fisiche spostando parte del personale di vendita verso il clienteling digitale, una strategia che, secondo Bernstein, ha mostrato una certa efficacia in una regione con una clientela facoltosa che, come durante il periodo Covid, continua ad acquistare anche in condizioni di mobilità ridotta.

L’analogia con la pandemia ricorre più volte nelle analisi di settore: allora, dopo mesi di lockdown, si registrò un fenomeno di “revenge spending” che compensò in parte le perdite accumulate. L’industria scommette su uno scenario simile: una volta stabilizzata la situazione, i clienti — locali e internazionali — potrebbero tornare con acquisti concentrati e di valore elevato.

La variabile cruciale resta la durata del conflitto. Un’escalation prolungata, con attacchi intermittenti nel Golfo, rischierebbe di intaccare in modo strutturale la percezione di sicurezza che Dubai ha costruito in decenni come destinazione per residenti abbienti ed espatriati. Per ora, l’orientamento prevalente nel settore è che si tratti di una fase temporanea. Ma la posta in gioco è alta: l’intera architettura del lusso nel Golfo è costruita sull’immagine di stabilità della città.

I mall in attesa

Al Mall of the Emirates, la pista da sci artificiale — uno dei simboli della città — è quasi deserta. I dipendenti aspettano con le giacche a vento mentre gli impianti girano con poche persone a bordo. Nella “fashion avenue” adiacente, le vetrine di Louis Vuitton, Dior e Chanel restano illuminate, ma i clienti sembrano più attratti dal nuovo Primark appena aperto nello stesso edificio.

Il personale delle boutique, istruito a non rilasciare dichiarazioni, osserva in silenzio. La clientela locale continua a passare, ma l’assenza dei turisti si vede. Tutti aspettano che tornino.

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