Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato martedì alla Casa Bianca che gli Stati Uniti intendono concludere le operazioni militari contro l’Iran entro due o tre settimane. Trump ha indicato che l’obiettivo principale della campagna — impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari — è stato raggiunto, e che non esiste quindi ragione di prolungare la presenza militare americana nella regione. Un eventuale accordo diplomatico con Teheran rimane possibile ma non necessario, secondo il presidente, per mettere fine al conflitto. Le dichiarazioni hanno avuto un effetto moderatamente positivo sui mercati: i futures azionari americani hanno mantenuto i guadagni, mentre i contratti sul petrolio si sono rafforzati leggermente.
L’obiettivo nucleare dichiarato raggiunto, lo Stretto resta irrisolto
Trump ha affermato che il cambio di regime a Teheran, pur non rientrando tra gli obiettivi dichiarati dell’operazione denominata “Epic Fury“, rappresenta comunque un risultato accettabile. Il presidente ha sostenuto che la leadership attuale è preferibile a quella precedente al conflitto. Tuttavia, la questione che continua a pesare sull’economia globale è lo Stretto di Hormuz, chiuso de facto dall’inizio delle ostilità e attraverso cui transita circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio via mare. Il Brent è salito di circa il 60% da marzo, quando il conflitto è iniziato, e la benzina americana ha superato i quattro dollari al gallone per la prima volta dal 2022.
L’amministrazione ha progressivamente dissociato la riapertura dello Stretto dagli obiettivi militari centrali dell’operazione. Il Segretario di Stato Marco Rubio, parlando venerdì scorso dopo il G7, ha ribadito che la chiusura dello Stretto riguarda il mondo intero molto più degli Stati Uniti stessi, invitando altri Paesi a farsi carico della questione. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha fatto eco a questa posizione, sottolineando che altri Paesi “dovrebbero iniziare a imparare a combattere da soli”. Finora solo gli Emirati Arabi Uniti si sono detti disponibili a partecipare a una forza navale per riaprire il passaggio; il Bahrein sta lavorando a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU per conferire un mandato a una tale forza.
Tensioni con gli alleati e rischi politici interni
Trump ha espresso frustrazione verso gli alleati NATO e altri partner che, a suo avviso, non hanno contribuito sufficientemente a porre fine al conflitto. Il presidente ha indicato che spetterà a Paesi come la Cina, grandi consumatori di energia del Golfo, occuparsi del problema dello Stretto. Questa posizione riduce però la leva negoziale americana su Teheran: gli alleati europei e del Golfo sono interessati a una missione limitata alla riapertura della via d’acqua, non agli obiettivi strategici più ampi perseguiti da Washington attraverso i bombardamenti delle infrastrutture iraniane.
Sul fronte interno, il conflitto comincia a pesare politicamente. Funzionari della Casa Bianca sono preoccupati per le ripercussioni economiche sui candidati repubblicani alle elezioni di midterm di novembre, quando il partito rischia di perdere il controllo del Congresso. Trump aveva fatto campagna elettorale promettendo di non avviare nuove guerre. Nel frattempo, un terzo gruppo da battaglia con portaerei — l’USS George H.W. Bush, partita martedì da Norfolk — si sta dirigendo verso il Medio Oriente, segnale che le opzioni militari restano aperte nonostante l’annuncio di un imminente disimpegno.
Una tempistica da verificare
La credibilità della scadenza annunciata rimane da valutare. Trump ha già utilizzato in passato l’orizzonte temporale di “due settimane” per decisioni di grande rilievo, raramente rispettando i termini indicati. La stessa giornata in cui ha parlato di ritiro, il presidente ha anche ipotizzato attacchi ai ponti iraniani come strumento di pressione negoziale, confermando la tendenza a mantenere aperte opzioni contraddittorie. Il contesto suggerisce che Washington stia cercando un’uscita politicamente gestibile da un conflitto la cui durata e i cui costi economici hanno superato le attese iniziali, senza avere ancora un quadro definito per la stabilizzazione regionale.
