Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si trova in una fase di ridefinizione del proprio modello di sviluppo. Dopo oltre cinquant’anni di strategie economiche costruite in larga misura su consulenze esterne, framework internazionali e prescrizioni di istituzioni multilaterali, i Paesi della regione dispongono oggi di risorse intellettuali, dati e capitale umano sufficienti per elaborare soluzioni proprie. Non si tratta di isolazionismo, ma di una scelta di autonomia analitica e progettuale che emerge con chiarezza sia nei documenti di pianificazione nazionali sia nelle infrastrutture istituzionali in costruzione. La domanda non è più se diversificare, ma chi guida il processo e secondo quali categorie di pensiero.
La crescita non-oil e i rischi strutturali
Le economie del GCC hanno registrato tassi di crescita proiettati tra il 4,4 e il 4,5 per cento per l’inizio del 2026, ben al di sopra della media globale. Il settore non-oil ha contribuito a oltre il 70 per cento del PIL reale nella prima metà del 2025. L’economia non-petrolifera dell’Arabia Saudita era attesa in crescita del cinque per cento su base annua nel 2025, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno attratto investimenti diretti esteri record in tecnologia, logistica e servizi finanziari. Questi risultati riflettono strategie nazionali di lungo periodo — Saudi Vision 2030, UAE 2031, Oman Vision 2040 — e decenni di investimenti in infrastrutture e capitale umano.
Tuttavia, la pandemia di COVID-19 ha evidenziato la fragilità delle catene di approvvigionamento globali, e le tensioni geopolitiche successive — comprese le pressioni sullo Stretto di Hormuz e picchi del greggio Brent oltre i 100 dollari al barile — hanno dimostrato quanto velocemente il contesto esterno possa deteriorarsi. In una valutazione preliminare del marzo 2026, il FMI ha identificato volatilità dei prezzi energetici, frammentazione commerciale e instabilità dei mercati finanziari come rischi immediati per la regione. La sostenibilità fiscale rimane un punto critico: i Paesi che hanno diversificato le entrate attraverso IVA, riforme della tassazione societaria e sistemi digitali avanzano con maggiore solidità rispetto a quelli ancora dipendenti dalle rendite petrolifere.
Verso un pensiero economico regionale
Il cambiamento in atto non riguarda solo i numeri della crescita, ma il soggetto che produce le idee. Il GCC sta sviluppando ecosistemi di innovazione allineati ai propri punti di forza — energia, logistica, tecnologie in lingua araba, finanza islamica — piuttosto che replicare modelli della Silicon Valley. Arabia Saudita ed Emirati stanno progettando iniziative per le PMI radicate nella cultura imprenditoriale locale, invece di importare sistemi OCSE. Il visto unificato GCC, atteso per il 2026, la rete ferroviaria Etihad Rail, il piano infrastrutturale del Qatar da 81 miliardi di riyal e i corridoi industriali sauditi sono tutti progetti di integrazione regionale concepiti e gestiti internamente.
Una delle opportunità più rilevanti riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro: il potenziale ancora inespresso della popolazione femminile in età lavorativa rappresenta una leva economica che richiede soluzioni calibrate sul contesto locale. Sul piano ambientale, stime citate dalla Banca Mondiale indicano che l’adozione di strategie di crescita verde potrebbe portare il PIL regionale a 13 trilioni di dollari entro il 2050 — il doppio dello scenario base. L’Islamic Development Bank ha sottolineato il ruolo di strategie climatiche su misura per la regione nel sostenere questa transizione.
Le priorità per il prossimo decennio
Tre aree richiedono attenzione concreta. La prima è la produzione intellettuale autonoma: nonostante gli investimenti in istruzione, la regione continua a dipendere da ricerca, framework e proprietà intellettuale importati. Costruire think tank con capacità competitive a livello internazionale e sostenere pubblicazioni economiche in arabo con proiezione globale sono passi necessari. La seconda è il coordinamento interno: strategie frammentate in materia di commercio, governance dell’intelligenza artificiale e transizione energetica riducono il peso collettivo del GCC nei negoziati internazionali. La terza riguarda la diplomazia di prossimità: l’Iran è un vicino permanente, e qualsiasi approccio efficace alla stabilità regionale passa per framework di cooperazione fondati su interessi condivisi, non su posizionamenti strategici esterni.
Il decennio che si apre misurerà il GCC non sulla capacità di applicare prescrizioni altrui, ma sulla solidità dei modelli che saprà costruire in proprio.
