La guerra Iran-USA colpisce l’economia degli Emirati: 120 miliardi bruciati in borsa

Un conflitto militare tra Iran e Stati Uniti sta producendo ricadute economiche pesanti sugli Emirati Arabi Uniti. In meno di un mese, le borse di Dubai e Abu Dhabi hanno perso oltre 120 miliardi di dollari di capitalizzazione. Il modello economico emiratino — costruito su turismo, finanza, logistica e immobiliare anziché sulla rendita petrolifera — si è rivelato particolarmente esposto agli shock geopolitici. Mentre Arabia Saudita e Kuwait beneficiano del rialzo del petrolio, gli Emirati pagano il prezzo di un’economia globalizzata che dipende da flussi internazionali di persone e capitali.

Le borse e il mattone sotto pressione

L’indice di Dubai ha perso il 16 percento dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, una flessione più che doppia rispetto ad Abu Dhabi. Sul fronte immobiliare, il calo è analogo: l’indice del settore ha perso il 16 percento entro fine marzo. Secondo Goldman Sachs, le transazioni sono scese del 37 percento su base annua, mentre le vendite hanno registrato un crollo superiore al 50 percento rispetto a febbraio 2026. Reuters segnala che alcuni immobili vengono ora ceduti con sconti tra il 10 e il 15 percento da chi cerca un’uscita rapida dal mercato.

Le azioni di Emaar Properties, il gruppo dietro al Burj Khalifa, hanno perso oltre il 25 percento. Fino alla fine del 2025, la società di consulenza Savills definiva Dubai “uno dei mercati immobiliari più dinamici al mondo”, con transazioni che avevano superato i 147 miliardi di dollari. Quel ciclo si è interrotto bruscamente.

Citi ha rivisto al ribasso le stime di crescita demografica per Dubai, ora attesa all’1 percento nel 2026 e intorno al 2 percento annuo fino al 2031, contro un tasso recente del 4 percento. La crescita della popolazione è un indicatore diretto della domanda immobiliare e del dinamismo del mercato del lavoro locale.

Aviazione, turismo e immagine internazionale

Il settore dell’aviazione ha subito un impatto immediato: oltre 18.400 voli sono stati cancellati dall’inizio del conflitto. Dubai International Airport, uno degli scali più trafficati al mondo, è tra le infrastrutture colpite dai detriti dei missili intercettati. L’Iran ha lanciato, secondo le rilevazioni disponibili, 398 missili balistici, 1.872 droni e 15 missili da crociera verso il territorio emiratino dall’avvio delle ostilità. La maggior parte è stata intercettata, ma i danni materiali hanno raggiunto simboli del turismo come il Burj Al Arab e il Palm Jumeirah.

Dubai ha costruito negli ultimi vent’anni una reputazione di stabilità che le ha consentito di attrarre oltre 20 milioni di turisti nel 2025 e di concentrare circa la metà delle vendite di beni di lusso nell’intera regione mediorientale, secondo Morgan Stanley. Quella reputazione è ora sotto pressione su più fronti. Le autorità emiratine avrebbero arrestato almeno 70 cittadini britannici per aver filmato e diffuso immagini degli attacchi iraniani, una misura che rischia di alimentare ulteriori critiche internazionali sulla libertà di informazione nel paese.

Un modello economico messo alla prova

Per decenni, gli Emirati hanno diversificato l’economia per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Il risultato è un sistema più esposto alle oscillazioni dei flussi globali rispetto ai vicini produttori di petrolio. In uno scenario di conflitto prolungato, la capacità di attrarre investitori esteri, residenti internazionali e visitatori — i pilastri su cui si regge il modello — viene messa direttamente alla prova.

Sheikh Mohamed bin Zayed e il principe ereditario di Dubai Sheikh Hamdan hanno risposto con apparizioni pubbliche al Dubai Mall, segnale di una volontà di trasmettere normalità. Le dinamiche di mercato raccontano però una storia diversa. La tenuta del modello emiratino dipenderà in larga misura dalla durata e dall’intensità del conflitto, variabili che Dubai non controlla.

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