Iran ha autorizzato il transito di dieci petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, un gesto che Donald Trump ha definito un “dono” e un possibile segnale di apertura negoziale. Il carico complessivo — circa 20 milioni di barili per un valore di quasi 2 miliardi di dollari — equivale all’incirca a un giorno di flusso normale attraverso lo stretto. I mercati petroliferi hanno risposto con freddezza: il greggio rimane sopra i 100 dollari al barile, con gli operatori concentrati sull’entità complessiva della disruption, stimata in circa 11 milioni di barili al giorno sottratti all’offerta globale.
Un passaggio selettivo, non una riapertura
Il transito delle dieci navi non rappresenta una ripresa ordinaria delle attività nello stretto. I flussi rimangono ben al di sotto dei livelli abituali e Teheran gestisce i permessi in modo mirato: tra le imbarcazioni autorizzate figurano navi legate a Pakistan e Malaysia, una scelta che consente all’Iran di proiettare flessibilità senza cedere leva negoziale. Gli analisti di XTB hanno confermato che si tratta di un segnale diplomatico, non di un cambio operativo. Ipek Ozkardeskaya ha precisato che “l’estensione del cessate il fuoco di Trump non indica necessariamente progressi concreti verso la pace né un miglioramento nei flussi petroliferi”. Lo stretto di Hormuz movimenta circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio: in questo contesto, dieci petroliere incidono poco sugli equilibri di mercato.
Teheran guadagna dal conflitto
Paradossalmente, la crisi rafforza la posizione economica dell’Iran. Secondo i dati di Tankertrackers.com, i ricavi petroliferi di Teheran hanno raggiunto circa 139 milioni di dollari al giorno a marzo, rispetto ai 115 milioni di febbraio. Le esportazioni si mantengono attorno a 1,6 milioni di barili al giorno, in linea con i livelli pre-conflitto. Anche il differenziale di prezzo dell’Iranian Light rispetto al Brent si è ridotto a circa 2,10 dollari al barile — il minimo da quasi un anno — rispetto a uno spread superiore ai 10 dollari prima dello scoppio delle ostilità. L’Iran beneficia quindi di prezzi elevati e di una maggiore competitività del proprio greggio, mantenendo al tempo stesso il controllo sullo stretto come strumento di pressione.
Il conflitto si allarga oltre le rotte marittime
Il quadro si complica perché le ostilità non si limitano più al traffico navale. Attacchi hanno colpito infrastrutture industriali e logistiche nella regione, compresi impianti negli Emirati Arabi Uniti. Lanci di missili e incursioni transfrontaliere alimentano il timore di un’escalation che potrebbe coinvolgere l’intera area del Golfo. Questa estensione geografica del conflitto ha ampliato la percezione del rischio sui mercati: la minaccia non riguarda più soltanto le petroliere in transito, ma potenzialmente reti energetiche e catene logistiche su scala regionale. L’effetto si propaga su costi di carburante, trasporti e energia elettrica, con implicazioni per l’inflazione in un momento in cui le banche centrali monitorano da vicino le pressioni sui prezzi.
Il gesto di Teheran appare tattico: dimostra la capacità di regolare i flussi a proprio piacimento, ma non altera la traiettoria del conflitto né risolve il problema dell’offerta. I fondamentali rimangono invariati — flussi ridotti, rischi in espansione, mercati orientati al rialzo. Finché lo stretto non tornerà a operare a pieno regime e il conflitto non mostrerà segnali concreti di risoluzione, la volatilità del petrolio è destinata a persistere. In scenari estremi, alcuni analisti non escludono picchi verso i 200 dollari al barile. Per ora, quel che conta è che 2 miliardi di dollari in greggio non hanno convinto i trader che il peggio sia passato.
