Donald Trump ha annunciato un’ulteriore proroga della sospensione delle minacce di attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, portando il periodo di pausa a dieci giorni, fino al 6 aprile. La decisione arriva dopo che Teheran ha respinto una proposta americana in quindici punti, trasmessa tramite il Pakistan, giudicata dai vertici iraniani come funzionale ai soli interessi di Washington e Tel Aviv. Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele, ha già causato migliaia di vittime e si è esteso a diversi fronti regionali. Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz rimane di fatto bloccato dall’Iran, con effetti pesanti sui mercati energetici e finanziari globali.
La proposta USA respinta, i colloqui proseguono
La proposta americana, esaminata mercoledì da alti funzionari iraniani e da un rappresentante della guida suprema, richiedeva lo smantellamento del programma nucleare iraniano, la riduzione delle capacità missilistiche e il trasferimento effettivo del controllo dello Stretto di Hormuz. Teheran l’ha valutata inaccettabile, ma ha lasciato aperto uno spiraglio diplomatico, confermando che i contatti non sono del tutto interrotti. Trump ha scritto su Truth Social che i negoziati “stanno andando molto bene”, senza però identificare gli interlocutori iraniani, una lacuna significativa considerato che molti alti funzionari del regime sono stati uccisi nel corso del conflitto. L’Iran ha formalmente smentito di essere impegnato in trattative dirette con Washington.
Secondo i mediatori citati dal Wall Street Journal, Teheran non avrebbe chiesto una pausa di dieci giorni sugli attacchi agli impianti energetici — Trump aveva riferito alla Fox News che erano stati gli iraniani a formulare questa richiesta per sette giorni. La discrepanza alimenta i dubbi sull’effettivo avanzamento diplomatico. Sean Callow di ITC Markets ha osservato che molti operatori di mercato ritengono il regime iraniano in posizione di forza e nutrono scetticismo sull’esistenza di negoziati produttivi.
Impatto sui mercati e fronte militare
Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20 per cento del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali, ha spinto i prezzi del greggio verso l’alto di circa il 40 per cento dall’inizio del conflitto. I prezzi del GNL hanno registrato picchi analoghi, mentre quelli dei fertilizzanti azotati — fondamentali per la produzione agricola globale — sono saliti di circa il 50 per cento. Le borse di New York e di diverse piazze europee hanno ceduto terreno giovedì; i mercati asiatici hanno seguito la stessa direzione venerdì mattina.
Sul fronte militare, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito nella notte tra giovedì e venerdì siti di produzione di missili balistici e sistemi di difesa aerea in Iran, inclusi obiettivi a Teheran e nelle regioni occidentali del Paese. Media iraniani hanno riportato attacchi su aree residenziali a Teheran, Qom e Urmia: a Qom almeno sei civili sono morti. Il Pentagono ha confermato per la prima volta l’impiego di droni navali autonomi nelle operazioni contro l’Iran. Secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento della Difesa starebbe valutando l’invio di fino a 10.000 militari aggiuntivi nella regione.
UAE si unisce alla coalizione navale, alleati cauti
Gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato agli Stati Uniti e ad altri alleati occidentali la propria disponibilità a partecipare a una forza marittima multinazionale per riaprire lo Stretto, secondo quanto riferito dal Financial Times. Si tratta di una scelta rilevante per Dubai e per l’intera economia emiratina, esposta in modo diretto alle conseguenze del blocco commerciale. Diversi altri alleati di Washington hanno invece declinato la richiesta di supporto militare per mantenere aperta la via d’acqua. Trump ha proposto che l’Iran consenta il transito di dieci petroliere come gesto di buona volontà nell’ambito dei negoziati, incluse alcune navi battenti bandiera pakistana.
La finestra di dieci giorni rappresenta al momento l’unico margine operativo per una soluzione negoziata. In assenza di progressi entro il 6 aprile, la pressione su entrambi i fronti — diplomatico e militare — è destinata ad aumentare.
