Gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato agli Stati Uniti e ad altri alleati occidentali la propria disponibilità a partecipare a una forza marittima multinazionale con il compito di garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riporta il Financial Times, Abu Dhabi starebbe attivamente promuovendo la costituzione di una coalizione allargata — definita “Hormuz Security Force” — con l’obiettivo di scortare il traffico mercantile e proteggere la rotta da eventuali attacchi iraniani. Il dossier coinvolge decine di paesi e si inserisce in un contesto di crescente tensione nella regione del Golfo.
Lo Stretto e la posta in gioco
Lo Stretto di Hormuz è il passaggio obbligato per circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas naturale. Qualsiasi interruzione del traffico in questo corridoio di 33 chilometri tra la penisola arabica e l’Iran avrebbe ripercussioni immediate sui mercati energetici globali. L’Iran ha più volte minacciato, nel corso degli ultimi decenni, di chiudere lo stretto in risposta a sanzioni o pressioni militari occidentali, senza mai procedere a un blocco totale. Le tensioni si sono acuite negli ultimi anni in parallelo con il deterioramento del negoziato sul programma nucleare di Teheran e con gli episodi di sequestro o danneggiamento di navi commerciali nel Golfo.
La proposta emiratina si distingue per la sua portata: non si tratta di un’adesione a un’iniziativa già esistente, ma di un tentativo di costruire ex novo un meccanismo di sicurezza collettiva con una base di partecipazione più ampia rispetto alle coalizioni navali già operanti nell’area, come la Combined Maritime Forces a guida statunitense. Coinvolgere decine di paesi — compresi presumibilmente stati non allineati o tradizionalmente riluttanti a posizionarsi contro Teheran — rappresenta un obiettivo diplomatico complesso.
Il ruolo degli Emirati nel Golfo
La mossa di Abu Dhabi riflette una strategia più assertiva degli Emirati in materia di sicurezza marittima, coerente con il rafforzamento delle relazioni militari con Washington degli ultimi anni. Gli EAU ospitano la base navale statunitense di Jebel Ali e hanno partecipato a diverse operazioni multinazionali nel Golfo. Allo stesso tempo, Abu Dhabi ha mantenuto canali diplomatici aperti con Teheran, il che rende la proposta di una forza anti-iraniana un segnale di discontinuità rispetto alla linea della distensione seguita negli ultimi anni — in particolare dopo gli accordi di normalizzazione del 2023 tra Arabia Saudita e Iran mediati dalla Cina.
Non è chiaro se la proposta degli Emirati abbia già ricevuto risposte formali da Washington o dagli altri alleati occidentali contattati. Il Financial Times non ha specificato in quale fase si trovino le consultazioni né quanti paesi abbiano già espresso interesse.
Implicazioni per il commercio e gli investimenti
Per gli operatori economici con interessi nella regione, la vicenda segnala un possibile cambiamento nell’architettura della sicurezza del Golfo. Una forza di scorta strutturata e stabile ridurrebbe il premio al rischio sulle rotte energetiche, con effetti potenzialmente positivi sulla volatilità dei prezzi del petrolio e sul costo delle assicurazioni marittime. Dubai, principale hub commerciale e finanziario della regione, è direttamente esposta alle dinamiche dello Stretto: circa il 30% delle importazioni degli Emirati transita via mare attraverso rotte che dipendono dalla stabilità di Hormuz.
La proposta emiratina è ancora in fase di negoziazione e il suo esito dipenderà in larga misura dalla risposta americana e dalla capacità di Abu Dhabi di aggregare un numero sufficiente di paesi. Se la coalizione prendesse forma, rappresenterebbe un riorientamento significativo della politica di sicurezza regionale, con gli Emirati in un ruolo di promotori — oltre che beneficiari — della stabilità del Golfo.
