Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari contro l’Iran, il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato di oltre il 95 percento. In condizioni normali, quello stretto è l’unico sbocco sul mare aperto per circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 20 percento della produzione mondiale di idrocarburi. Con la rotta marittima di fatto bloccata, i paesi produttori del Golfo stanno valutando tre infrastrutture pipeline come percorsi alternativi. Nessuna, da sola, è in grado di compensare l’intera perdita di capacità.
La situazione allo Stretto di Hormuz
Il 2 marzo, due giorni dopo l’avvio delle operazioni militari, un alto consigliere delle Guardie della Rivoluzione iraniane ha dichiarato lo stretto chiuso, minacciando di incendiare qualsiasi nave che tentasse il transito. Da allora Teheran ha parzialmente rivisto la posizione: le navi possono passare, ma solo con l’autorizzazione iraniana, e il divieto rimane totale per le imbarcazioni battenti bandiera statunitense o israeliana o considerate colluse con i due paesi.
Circa 2.000 navi sono ferme ai due lati dello stretto. Solo alcune petroliere — prevalentemente indiane, pakistane e cinesi — hanno ottenuto il via libera. Il primo ministro malese Anwar Ibrahim ha ringraziato pubblicamente Teheran per aver concesso alle navi malesi un’autorizzazione anticipata al transito.
Le tre pipeline alternative
La prima opzione è la East-West Pipeline saudita, nota anche come Petroline. Gestita da Aramco, collega il centro di lavorazione petrolifera di Abqaiq, vicino al Golfo, al porto di Yanbu sul Mar Rosso, su un tracciato di 1.200 chilometri. La capacità massima è di 7 milioni di barili al giorno, di cui 5 milioni potenzialmente disponibili per l’export secondo quanto dichiarato da Aramco il 10 marzo. Da gennaio a febbraio, il flusso medio era di 770.000 barili al giorno; nella settimana più recente è salito a 2,9 milioni, secondo i dati della società di analisi Kpler.
La seconda è l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP), che collega il campo petrolifero di Habshan, nell’area sud-occidentale di Abu Dhabi, al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman, con un tracciato di 380 chilometri. Operativa dal 2012, ha una capacità di circa 1,5 milioni di barili al giorno. Le esportazioni da Fujairah sono cresciute: in marzo hanno raggiunto una media di 1,62 milioni di barili al giorno rispetto a 1,17 milioni di febbraio, stando ai dati Kpler.
La terza è la Iraq-Turkey Crude Oil Pipeline, che trasporta il petrolio iracheno verso il Mediterraneo attraverso la Turchia. Anch’essa rappresenta una via di uscita parziale per i volumi iracheni che normalmente transitano per Hormuz.
I rischi residui sul percorso alternativo
Anche la rotta via Mar Rosso non è priva di rischi. Gli Houthi yemeniti, che tra il 2023 e il 2025 avevano già colpito il traffico commerciale nel Mar Rosso durante la guerra a Gaza, si sono dichiarati pronti a riprendere le operazioni in solidarietà con Teheran. Un leader Houthi ha dichiarato a Reuters: “Siamo pienamente pronti militarmente con tutte le opzioni.” Lo Stretto di Bab al-Mandeb — lo sbocco meridionale del Mar Rosso, largo 29 chilometri nel punto più stretto — potrebbe diventare un nuovo fronte. Anche una fonte militare iraniana, citata dall’agenzia Tasnim, ha evocato la possibilità di aprire operazioni nel Bab al-Mandeb se gli attacchi dovessero continuare sul territorio iraniano.
Il divario rimane significativo: le tre pipeline insieme non raggiungono i 20 milioni di barili al giorno che transitavano normalmente per Hormuz. I mercati energetici globali restano sotto pressione.
