Gli Emirati Arabi Uniti hanno definito gli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz un atto di terrorismo economico contro l’intera comunità internazionale. A farsi portavoce di questa posizione è Sultan Ahmed Al Jaber, CEO di Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), che in un messaggio video alla conferenza CERAWeek di S&P Global ha chiesto che nessun paese venga messo nella condizione di poter “tenere in ostaggio” il Passo di Hormuz. Il traffico di petroliere nella regione si è praticamente bloccato dopo una serie di attacchi iraniani a navi nel Golfo Persico, con ripercussioni dirette su circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Il peso strategico dello Stretto
Lo Stretto di Hormuz è la principale arteria marittima per il trasporto di idrocarburi a livello globale. Prima dell’escalation, attraverso questo corridoio di poche miglia passava un quinto dell’offerta mondiale di petrolio e GNL. La paralisi del traffico mercantile non è quindi una questione regionale: incide direttamente sui mercati energetici internazionali e sulle catene di approvvigionamento di decine di paesi importatori.
Al Jaber ha precisato che il problema attuale è di natura securitaria, non produttiva: le riserve esistono, ma la rotta per trasportarle è compromessa. L’unica soluzione strutturale, secondo il CEO di ADNOC, è garantire la libertà di navigazione nel Passo. Al Jaber era atteso di persona alla conferenza texana, ma ha annullato la partecipazione a causa del conflitto in corso.
Gli EAU nel mirino di Teheran
La posizione degli Emirati è resa più complessa dal fatto che il paese è stato direttamente colpito dagli attacchi iraniani, pur non avendo preso parte ad alcuna azione militare contro Teheran. Secondo i dati del Ministero della Difesa emiratino, dall’inizio del conflitto l’Iran ha lanciato 352 missili balistici, 15 missili da crociera e oltre 1.700 droni contro il territorio degli EAU. Il bilancio è di otto morti e 161 feriti.
“Gli Emirati Arabi Uniti sono stati colpiti da un attacco illegale, arbitrario, ingiustificato e del tutto non provocato”, ha dichiarato Al Jaber. “Non abbiamo cercato questo conflitto. Anzi, abbiamo fatto tutto il possibile per evitarlo.”
Il contesto in cui si inseriscono questi attacchi risale al 28 febbraio, quando un’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele ha colpito l’Iran uccidendo l’Ayatollah Ali Khamenei e altri vertici del regime. Da allora, le due potenze hanno condotto ondate successive di raid aerei per degradare le capacità militari iraniane. Teheran ha risposto rivolgendo le proprie azioni offensive contro i vicini arabi del Golfo, indipendentemente dal loro coinvolgimento nell’attacco iniziale.
Implicazioni per gli investitori e il mercato energetico
Per chi opera o investe negli Emirati, la situazione apre interrogativi concreti sul breve termine. La stabilità della regione del Golfo è un fattore strutturale nell’attrattività degli EAU come hub finanziario e commerciale. Dubai e Abu Dhabi continuano a registrare afflussi di capitali e nuove residenze da parte di operatori internazionali, ma la tenuta di questo posizionamento dipende anche dalla capacità delle istituzioni locali e dei partner internazionali di contenere l’instabilità.
La retorica netta di Al Jaber — un funzionario che cumula il ruolo di CEO di ADNOC con quello di ministro dell’Industria e dei Cambiamenti Climatici — segnala che Abu Dhabi intende mantenere una postura assertiva nella difesa dei propri interessi economici e della libertà di navigazione, anche attraverso i canali della diplomazia energetica internazionale.
La questione dello Stretto di Hormuz rimane il principale punto di pressione sulla stabilità energetica globale nel contesto del conflitto in corso. Eventuali progressi diplomatici o militari verso la riapertura della rotta avranno effetti immediati sui prezzi del greggio e sulle aspettative dei mercati.
