Tre settimane di guerra hanno fermato pozzi, raffinerie e impianti di gas naturale liquefatto lungo tutto il Golfo Persico. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto i flussi di esportazione, mentre decine di infrastrutture energetiche hanno subito danni diretti. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, oltre 40 asset energetici in nove paesi della regione hanno riportato danni gravi o gravissimi. Anche nell’ipotesi in cui il conflitto si concludesse a breve — con trattative in corso secondo quanto dichiarato da Trump — il ritorno ai livelli produttivi pre-guerra richiederà mesi, e in alcuni casi anni.
Pozzi e raffinerie: i tempi del riavvio
Il ripristino della produzione petrolifera dipende in larga misura da come i campi sono stati gestiti durante il conflitto. I campi mantenuti in funzione a regime ridotto possono tornare alla piena capacità più rapidamente rispetto a quelli fermati completamente. Secondo Aditya Saraswat, direttore della ricerca per il Medio Oriente e Nord Africa di Rystad Energy, un campo di piccole dimensioni bloccato del tutto richiede due o tre settimane per ripartire; uno di grandi dimensioni ne richiede quattro o cinque. Accelerare i tempi è rischioso: la pressione nell’intero sistema deve essere ricostituita gradualmente per evitare danni strutturali. A complicare il quadro, diversi operatori internazionali hanno evacuato il personale dalla regione; il riavvio di certi impianti dipenderà anche dalla possibilità di far rientrare quei lavoratori in condizioni di sicurezza sufficienti.
Le raffinerie presentano sfide simili. La UAE ha chiuso in via precauzionale il grande impianto di Ruwais dopo un attacco con droni nell’area industriale adiacente. Il terminal di Ras Tanura di Saudi Aramco, con una capacità di 550.000 barili al giorno, è stato colpito nelle prime fasi del conflitto e successivamente riavviato. Mina Al-Ahmadi in Kuwait ha subito un attacco venerdì che ha fermato alcune unità. Per impianti di grandi dimensioni completamente fermi, la consultancy Wood Mackenzie stima un ritorno alla normalità in dieci-quindici giorni, in assenza di danni strutturali rilevanti.
Il nodo di Ras Laffan e il traffico attraverso Hormuz
Il caso più delicato riguarda il complesso di Ras Laffan in Qatar, il maggiore impianto di esportazione di GNL al mondo. Gli attacchi della scorsa settimana hanno danneggiato due treni di produzione, pari a circa il 17% delle esportazioni qatariane. QatarEnergy ha stimato fino a cinque anni per completare le riparazioni, con ricadute significative sulle forniture verso Europa e Asia. Secondo un ex tecnico specializzato dell’impianto, anche senza danni la ripartenza di Ras Laffan avrebbe comunque richiesto tempi intenzionalmente lenti per non sovraccaricare le apparecchiature.
Prima che qualsiasi riavvio possa avvenire su scala regionale, è necessario riaprire Hormuz e smaltire lo stock accumulato nei porti del Golfo. I dati di tracciamento delle navi compilati da Bloomberg indicano circa 60 superpetroliere vuote ancorate fuori dallo stretto, nel Golfo dell’Oman e nel Mar Arabico: in assenza di code al transito, potrebbero raggiungere i moli del Medio Oriente in tre o quattro giorni. La gestione del traffico alla riapertura dello stretto rappresenta però un problema autonomo: l’IEA ha indicato la necessità di convogli pre-programmati, ancoraggi sicuri e pilotaggio obbligatorio nei punti critici per evitare ingorghi di navi cariche di energia, cibo e altri materiali.
Le implicazioni per l’offerta globale
Il direttore esecutivo dell’IEA Fatih Birol ha avvertito che i danni accumulati rischiano di prolungare le disruption alle catene di approvvigionamento globali ben oltre la fine del conflitto. Jim Krane, ricercatore al Baker Institute della Rice University con oltre vent’anni di esperienza sull’energia mediorientale, sottolinea che interrompere catene di fornitura di quelle dimensioni produce effetti a cascata difficilmente reversibili nel breve periodo.
La sequenza del ripristino ha una logica precisa: prima si riapre Hormuz, poi si svuotano i serbatoi nei porti, poi ripartono in parallelo campi e raffinerie. Ogni anello della catena condiziona il successivo. La variabile più incerta rimane la durata del conflitto: finché non cessa, qualsiasi stima sui tempi di recupero è destinata a restare provvisoria.
