La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, avvenuta in risposta agli attacchi congiunti statunitensi e israeliani del febbraio 2026 sui siti nucleari di Teheran, ha messo sotto pressione le forniture energetiche globali e accelerato un riallineamento strategico che coinvolge direttamente l’Italia. Roma sta trasformando la propria partnership con gli Emirati Arabi Uniti da relazione prevalentemente energetica a asse difensivo strutturato, con investimenti industriali, accordi bilaterali formali e una presenza militare in espansione nel Mediterraneo orientale e nel Golfo. La posta in gioco è alta: l’Italia dipende dalla regione sia per le forniture post-Russia sia per contratti industriali del valore di centinaia di milioni di euro.
Infrastrutture energetiche sotto attacco
Gli effetti della chiusura dello Stretto si sono manifestati in modo immediato. Il Qatar ha interrotto la produzione di GNL e alluminio negli impianti di Ras Laffan e Mesaieed a seguito di attacchi con droni iraniani, provocando un aumento di quasi il 40% dei prezzi europei del gas naturale. Per l’Italia, il problema non si esaurisce nella volatilità dei mercati: ENI detiene una quota del 20% negli asset di raffinazione del complesso industriale emiratino di Ruwais, anch’esso colpito e temporaneamente chiuso, con una capacità di 837.000 barili al giorno.
Il gasdotto alternativo Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP), considerato la principale via di bypass in caso di blocco dello Stretto, si è rivelato altrettanto vulnerabile. La pipeline trasporta greggio dai giacimenti di Habshan al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman, con una capacità di 700.000 barili al giorno. Gli attacchi iraniani sull’hub di bunkering di Fujairah, condotti in risposta ai raid americani sulla raffineria di Kharg Island, hanno sospeso le operazioni di carico. Per Roma, questo scenario complica la diversificazione energetica avviata dopo l’uscita dal gas russo: la sicurezza degli approvvigionamenti dipende ora tanto dalla difesa aerea integrata quanto dalla capacità infrastrutturale.
Accordi industriali e presenza militare
La risposta italiana si articola su più livelli. Sul piano industriale, il febbraio 2025 ha segnato la costituzione di una joint venture tra EDGE, principale gruppo emiratino per la difesa e la tecnologia, e Fincantieri, che ha ottenuto un contratto da 500 milioni di euro per la modernizzazione della Marina degli Emirati, con focus sulle tecnologie subacquee avanzate. Leonardo e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno avviato collaborazioni con programmi spaziali emiratini, tra cui la Emirates Lunar Mission e il progetto Rashid Rover 3.
Sul piano energetico-diplomatico, Italia, UAE e Albania hanno sottoscritto un quadro trilaterale per la cooperazione nell’energia verde transfrontaliera, sostenuto da impegni di investimento emiratini per 40 miliardi di dollari. L’obiettivo è posizionare l’Italia come hub rinnovabile primario nel Mediterraneo e come corridoio di transito verso l’Europa. A inizio 2026, il Parlamento italiano ha ratificato un accordo bilaterale comprensivo con gli Emirati, formalizzando un’intesa che era rimasta sul piano delle intenzioni.
Sul fronte militare, Roma sta valutando il dispiegamento di sistemi missilistici SAMP/T per proteggere asset propri e alleati nella regione, inclusa la base di Ali Al-Salem in Kuwait, all’interno del raggio d’azione iraniano. Nel frattempo, la fregata Martinengo è stata dispiegata a Cipro — colpita da attacchi — per operare in coordinamento con la portaerei francese Charles de Gaulle.
Un asse possibile, non ancora strutturale
La strategia italiana nel Golfo parte da una constatazione pragmatica: la vicinanza a Washington non ha garantito un vantaggio informativo nella gestione della crisi. Abu Dhabi, dal canto suo, ha interesse a diversificare i propri legami di sicurezza verso partner europei meno vincolati politicamente rispetto a Francia o Germania, e con un settore della difesa competitivo.
Il rischio principale per Roma è quello dello sbilanciamento: costruire un canale bilaterale autonomo in un’area ad alta tensione, senza le coperture di intelligence e la massa critica militare degli Stati Uniti, espone le risorse italiane a scenari di escalation difficili da gestire. Se la crisi si aggrava e Washington restringe la condivisione di informazioni, gli asset italiani nella regione potrebbero trovarsi in una posizione operativamente fragile.
La tenuta di questo asse dipenderà dalla capacità di Roma di tradurre la presenza industriale in influenza politica, e di mantenere la coerenza con gli impegni NATO senza perdere l’autonomia che rende la partnership con Abu Dhabi appetibile.
