Arabia Saudita e Kuwait stanno portando avanti trattative per accordi energetici da miliardi di dollari, anche mentre il conflitto con l’Iran — ormai alla quarta settimana — continua a colpire infrastrutture petrolifere e gasiere in tutto il Medio Oriente. Kuwait Petroleum Corp. sta cercando di cedere in leasing parte della propria rete di oleodotti, mentre Saudi Aramco si prepara a lanciare un processo per la vendita di una quota nel suo business di terminal di stoccaggio e export del greggio. Entrambe le operazioni segnalano la volontà dei governi del Golfo di mantenere un profilo di normalità operativa, nonostante le incertezze legate all’escalation militare.
Le operazioni in campo: pipeline, terminal e capitali privati
Kuwait Petroleum Corp., assistita dalla banca d’affari Centerview Partners, punta a raccogliere fino a 7 miliardi di dollari attraverso la locazione di una porzione della propria rete di pipeline. L’operazione ha già attirato l’interesse di grandi fondi di private equity e infrastrutturali, che per il momento restano impegnati nel processo. Saudi Aramco, dal canto suo, ha incaricato Citigroup di strutturare la vendita di una quota minoritaria nei terminal petroliferi di esportazione e stoccaggio, con l’avvio della procedura atteso nelle prossime settimane.
Entrambe le strutture rientrano in un formato consolidato nel Golfo: cedere quote di asset strategici a investitori istituzionali globali, mantenendo il controllo operativo. Si tratta di strumenti di diversificazione del capitale sempre più diffusi tra i grandi produttori regionali, che puntano ad attrarre liquidità internazionale senza rinunciare alla sovranità sulle infrastrutture chiave.
Il conflitto pesa sulle infrastrutture, ma non ferma i piani
L’Iran ha colpito ripetutamente asset energetici nella regione dall’inizio delle ostilità. Tra gli obiettivi figurano la raffineria di Ras Tanura, la più grande dell’Arabia Saudita, e il campo petrolifero di Shaybah, con una capacità produttiva di un milione di barili al giorno. La quasi-chiusura dello Stretto di Hormuz sta obbligando Riyadh a dirottare volumi crescenti verso i propri terminal di stoccaggio, aumentando la pressione sulle capacità esistenti. Il Kuwait si trova in una situazione analoga: con gli stoccaggi che si riempiono, il paese ha ridotto la produzione ai livelli più bassi dai primi anni Novanta.
In questo contesto, la rilevanza strategica dei terminal di export di Aramco — e del sistema di pipeline kuwaitiano — è aumentata. Gli accordi in corso, se completati, fornirebbero liquidità immediata e valorizzerebbero asset che oggi giocano un ruolo operativo diretto nella gestione dei flussi di greggio.
Sul fronte diplomatico, il presidente Trump ha dichiarato lunedì di aver avuto conversazioni produttive in vista di una risoluzione del conflitto. L’Iran ha smentito qualsiasi contatto diretto o indiretto con l’amministrazione americana, secondo quanto riportato dall’agenzia Fars.
I fondi sovrani del Golfo continuano a investire all’estero
Nonostante il conflitto, i grandi investitori istituzionali della regione non hanno rallentato l’attività sui mercati globali. Abu Dhabi Investment Authority, tra i maggiori fondi sovrani al mondo, è stato particolarmente attivo nel corso del mese. Il fondo sovrano del Qatar e un’azienda dell’alluminio del Bahrain hanno entrambi annunciato operazioni rilevanti nella prima settimana di guerra.
Il quadro complessivo indica che i governi del Golfo stanno separando la gestione del rischio militare dalla strategia di lungo periodo: i piani di investimento e dismissione procedono, anche quando l’ambiente operativo si complica. La chiusura parziale di Hormuz e i danni alle infrastrutture rappresentano variabili con cui i mercati e i potenziali acquirenti dovranno fare i conti nelle valutazioni finali.
