Guerra Iran-USA: i piani di espansione di Big Oil a rischio nel Medio Oriente

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, giunto alla quarta settimana, sta ridisegnando le prospettive del settore energetico globale in modo che va ben oltre l’immediata volatilità dei prezzi. Il greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile, le azioni di Exxon, Chevron e Shell segnano massimi di periodo, ma le major petrolifere si trovano a dover riconsiderare piani di espansione costruiti negli ultimi anni con il supporto attivo dell’amministrazione Trump. Il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% della produzione mondiale di petrolio e GNL, ha trasformato una regione che avrebbe dovuto essere il prossimo fronte di crescita in un’area ad alto rischio operativo.

I danni alle infrastrutture e l’esposizione delle major

Il complesso GNL di Ras Laffan in Qatar, in cui Exxon è partner in joint venture, ha subito danni da attacchi missilistici iraniani che Qatar Energy stima richiedano fino a cinque anni per essere riparati. Anche l’impianto gas-to-liquids di Shell nello stesso polo industriale è stato colpito. Secondo gli analisti di TD Cowen, sia Exxon che TotalEnergies hanno circa il 10% dei loro flussi di cassa operativi esposti a produzioni interrotte nella regione, in gran parte legate al GNL qatarino. Attacchi alle infrastrutture hanno riguardato anche campi petroliferi in Iraq, Kuwait e Qatar, sollevando interrogativi concreti sulla convenienza di impegnare miliardi in nuovi investimenti nell’area.

I piani di espansione prima del conflitto

Fino a poche settimane fa, il quadro era radicalmente diverso. L’amministrazione Trump aveva sostenuto attivamente le trattative di Exxon e Chevron per licenze esplorative in Iraq, Libia, Algeria, Azerbaigian e Kazakhstan. A febbraio, Chevron aveva firmato accordi preliminari con la compagnia petrolifera nazionale irachena per rilevare il secondo complesso petrolifero del paese da Lukoil, colpita dalle stesse sanzioni imposte da Washington. Il settore energetico risulta il migliore per performance nell’S&P 500 da inizio anno, con le tre principali major in rialzo di oltre il 25% rispetto al calo del 4% dell’indice generale. Ma la logica di lungo periodo, quella che guida investimenti con orizzonti decennali, è ora sotto pressione.

Il premio al rischio che ridisegna la geografia degli investimenti

La volatilità dei prezzi e l’incertezza sulla strategia americana stanno erodendo la fiducia degli investitori. “Le aziende petrolifere ragionano su impegni pluridecennali, ma il rischio in alcuni di questi paesi è oggi più elevato rispetto a poche settimane fa”, osserva Noah Barrett di Janus Henderson. Dan Yergin, vicepresidente di S&P Global e fondatore della conferenza CERAWeek in corso a Houston, è diretto: “Non credo che dopo questo torneremo a dove eravamo prima.” Le conseguenze pratiche potrebbero favorire lo shale nordamericano, le sabbie bituminose canadesi e l’esplorazione fuori dal Medio Oriente, secondo Arjun Murti di Veriten. La Casa Bianca sostiene che, una volta risolto il conflitto, il settore energetico beneficerà della riapertura dello stretto. Ma con ogni settimana aggiuntiva di blocco, il calcolo costi-benefici per gli investimenti nella regione si fa più sfavorevole.

Il CERAWeek di Houston, che riunisce questa settimana i vertici di Shell, ConocoPhillips, Kuwait Petroleum e decine di altre compagnie, si apre con la guerra in Iran come tema dominante. Le dichiarazioni pubbliche dei CEO sono state finora caute — un silenzio che riflette anche il rischio di attirare reazioni negative da Trump, capace di bloccare l’accesso a mercati strategici con un singolo tweet. La geografia degli investimenti energetici globali potrebbe uscire da questo conflitto significativamente modificata, indipendentemente dall’esito militare.

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