Gli Emirati Arabi prendono le distanze dall’Iran e chiedono garanzie di sicurezza permanenti

In meno di tre settimane, gli Emirati Arabi Uniti hanno archiviato anni di diplomazia prudente con Teheran. Il ministro degli Esteri Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan ha definito pubblicamente l’Iran “terroristi”, mentre il consigliere presidenziale Anwar Gargash ha dichiarato che Abu Dhabi non punta a un semplice cessate il fuoco, ma a soluzioni strutturali che neutralizzino stabilmente le capacità militari iraniane nel Golfo. È una svolta che riflette sia il peso degli attacchi subiti sia una ricalibrazione più ampia della politica regionale degli Emirati.

Dal Ramadan alla rottura diplomatica

A fine febbraio i ministri degli Esteri di UAE e Iran si erano scambiati auguri per il Ramadan, con Sheikh Abdullah che sottolineava l’importanza di un accordo negoziale tra Washington e Teheran per la stabilità regionale. Il 1° marzo, pochi giorni dopo l’inizio del conflitto, gli Emirati hanno chiuso l’ambasciata a Teheran.

Da allora, secondo i dati ufficiali aggiornati al 21 marzo, le difese aeree emiratine hanno intercettato 338 missili balistici, 15 missili da crociera e 1.740 droni lanciati dall’Iran. Gli attacchi hanno causato otto morti, tra cui due militari, e 157 feriti. Le vittime civili comprendono cittadini di Pakistan, Nepal, Bangladesh e Palestina, dato che riflette la composizione demografica del paese, dove la popolazione espatriata rappresenta oltre l’80% dei residenti.

Detriti di missili intercettati hanno raggiunto aree abitate di Abu Dhabi e Dubai, con danni nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale e di altri siti di rilievo. Sul fronte interno, le autorità hanno avviato operazioni contro conti bancari, società e reti commerciali legate all’Iran, e il 20 marzo i servizi di sicurezza hanno annunciato lo smantellamento di una rete terroristica con presunti collegamenti tra Hezbollah e Teheran.

Abu Dhabi ridefinisce gli obiettivi del dopoguerra

Il consigliere diplomatico presidenziale Anwar Gargash ha chiarito, in un lungo post in arabo su X, che il quadro strategico emiratino va oltre la fine delle ostilità. Il documento individua quattro aree prioritarie: il programma nucleare iraniano, i missili, i droni e quella che Gargash ha definito “la prepotenza degli stretti”, riferendosi alla minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz.

“Non è ragionevole che questa aggressione si trasformi in uno stato permanente di minaccia”, ha scritto Gargash, in quella che costituisce la dichiarazione più esplicita finora rilasciata da Abu Dhabi sugli obiettivi post-conflitto. Lo stesso consigliere aveva già detto, il 18 marzo al Council on Foreign Relations, che gli Emirati potrebbero partecipare a un’operazione a guida statunitense per riprendere il controllo dello Stretto di Hormuz, un’affermazione rilevante per un paese che aveva costruito la propria postura su un equilibrismo deliberato tra Washington e Teheran.

Il riorientamento emiratino si inserisce in un movimento più ampio all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Arabia Saudita e UAE erano formalmente neutrali prima dell’inizio del conflitto. Gli attacchi subiti hanno spinto i governi del Golfo verso una posizione di aperto allineamento con gli Stati Uniti, sulla base della valutazione che la coesistenza con un Iran capace di minacciare le rotte energetiche sia diventata insostenibile.

Le ricadute economiche sul modello Dubai

Il conflitto sta pesando sull’economia regionale in misura significativa. Il prezzo del petrolio ha superato i 114 dollari al barile, il livello più alto dall’era del Covid-19. Il ministro dell’Energia del Qatar ha avvertito che un prolungamento delle ostilità potrebbe costringere i produttori del Golfo a sospendere le esportazioni. La produzione petrolifera degli Emirati è scesa tra 500.000 e 800.000 barili al giorno.

Per Dubai, il danno ha una dimensione aggiuntiva. Oltre tre quarti del PIL degli Emirati provengono da settori non petroliferi, e la reputazione di stabilità è il pilastro su cui si regge l’intero modello economico della città. Gli attacchi, la chiusura temporanea di operazioni aeroportuali e la percezione di vulnerabilità stanno mettendo sotto pressione quella narrativa, costruita in decenni di investimenti in infrastrutture, turismo, finanza e logistica.

La risposta delle autorità comprende anche misure di controllo dell’informazione: oltre cento persone sono state arrestate per aver filmato e diffuso immagini degli attacchi iraniani, in una gestione del flusso informativo che le organizzazioni per i diritti civili hanno criticato apertamente.

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