Gli Emirati chiedono sicurezza stabile nel Golfo dopo 2.133 attacchi iraniani

Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, l’Iran ha lanciato contro gli Emirati Arabi Uniti 1.773 droni, 345 missili balistici e 15 missili da crociera. Solo domenica, le difese aeree emiratine hanno intercettato 25 droni e quattro missili balistici. In questo contesto, il consigliere diplomatico del presidente Sheikh Mohamed, dottor Anwar Gargash, ha delineato la posizione di Abu Dhabi: non fermarsi a un cessate il fuoco, ma lavorare a soluzioni che garantiscano una sicurezza duratura nel Golfo Arabico, con il contenimento della minaccia nucleare iraniana e il controllo degli stretti.

La posizione di Abu Dhabi

Gargash ha inquadrato gli attacchi iraniani come un elemento che, paradossalmente, rafforza la coesione del Golfo. “I missili, i droni e la retorica aggressiva sono iraniani”, ha scritto su X. “Il risultato è consolidare le nostre capacità nazionali e la sicurezza collettiva del Golfo, oltre a rafforzare le nostre partnership con Washington. Questo è il costo dei calcoli sbagliati dell’Iran.”

Il consigliere ha anche sottolineato che gli attacchi “rafforzano la specificità di sicurezza del Golfo e la sua indipendenza dai tradizionali concetti di sicurezza araba”, segnalando che gli stati del CCG intendono gestire la propria difesa in modo autonomo rispetto alle strutture pan-arabe tradizionali, consolidando al tempo stesso l’asse con gli Stati Uniti.

Abu Dhabi non si limita a reagire militarmente: Gargash ha indicato che l’obiettivo strategico va oltre la fine delle ostilità e comprende il contenimento del programma nucleare iraniano, la limitazione della capacità missilistica e dei droni, e la fine delle pressioni sullo Stretto di Hormuz.

Lo Stretto di Hormuz e le minacce sull’energia globale

L’Iran ha di fatto interrotto il traffico nello Stretto di Hormuz dall’inizio del conflitto, bloccando circa il 20 per cento dell’offerta energetica mondiale e spingendo al rialzo i prezzi del petrolio. Teheran ha condizionato la riapertura dello stretto alla ricostruzione delle proprie centrali elettriche, colpite nei raid statunitensi e israeliani.

Il presidente americano Donald Trump aveva minacciato di “obliterare” le centrali iraniane qualora lo stretto non fosse stato riaperto entro 48 ore. In risposta, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Ghalibaf e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica hanno dichiarato che le infrastrutture energetiche della regione sarebbero diventate “obiettivi legittimi” in caso di nuove azioni militari statunitensi.

La chiusura prolungata di Hormuz ha implicazioni dirette per gli Emirati, che dipendono in parte dallo stretto per le proprie esportazioni energetiche, nonostante il potenziamento del gasdotto Habshan-Fujairah, che consente di aggirare il passaggio critico.

Il fronte regionale e le pressioni internazionali

Oltre agli Emirati, anche Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Kuwait e Oman hanno subito attacchi alle proprie infrastrutture energetiche nelle ultime settimane. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invitato domenica altri paesi ad aderire al conflitto, rivolgendosi ai “leader del mondo libero” con la domanda su cosa attendessero ancora per intervenire. Netanyahu ha parlato da Dimona, nel sud di Israele, colpita da un missile iraniano sabato sera che ha ferito decine di persone.

La dinamica attuale vede il Golfo nella posizione di teatro secondario di un conflitto la cui direzione è dettata da Teheran, Washington e Tel Aviv. Abu Dhabi sceglie di non rimanere spettatore: consolida la difesa, stringe i legami con Washington e pone pubblicamente le condizioni per una stabilizzazione che non si esaurisca con la fine degli spari.

La distanza tra un cessate il fuoco tattico e una sicurezza strutturale nel Golfo è il terreno su cui la diplomazia emiratina intende lavorare nei prossimi mesi, indipendentemente dall’esito militare immediato del conflitto.

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