Tehran ha deciso di contenere la portata degli attacchi contro l’Arabia Saudita, valutando che una pressione militare eccessiva potrebbe spingere Riyadh a colpire direttamente il territorio iraniano. Lo riferiscono due fonti al Jerusalem Post. Dall’inizio del conflitto, l’Iran ha lanciato oltre 430 missili e droni verso il regno saudita, prendendo di mira soprattutto la Provincia Orientale, con i suoi impianti petroliferi, e la base aerea Prince Sultan ad Al-Kharj. Il calcolo iraniano segnala una fase di gestione dei rischi: Teheran mantiene la pressione militare, ma calibra le operazioni per non attraversare soglie che potrebbero modificare la natura del conflitto.
Le linee rosse saudite e il cambio di postura
Le autorità saudite hanno comunicato con chiarezza, anche in canali diretti con l’Iran, quale sia il limite che non intendono vedere superato: qualsiasi attacco agli impianti di produzione elettrica o di desalinizzazione dell’acqua comporterebbe una risposta militare contro il territorio iraniano. “Se colpite le infrastrutture civili, saremo costretti a colpire voi”, è il messaggio trasmesso nelle ultime settimane.
L’Arabia Saudita ha inoltre modificato la propria postura operativa, consentendo alle forze militari statunitensi di utilizzare basi nel paese per condurre operazioni contro l’Iran. Si tratta di un cambiamento rilevante rispetto alla linea di cautela tenuta in precedenza, che riduce i margini di ambiguità strategica di cui Teheran aveva finora potuto avvantaggiarsi.
Le fonti indicano che funzionari iraniani valutano i sauditi come “sul limite”: un’escalation ulteriore rischierebbe di produrre effetti non gestibili, motivo per cui si è scelto di ridurre la frequenza e l’intensità delle operazioni.
Qatar escluso dagli obiettivi, Emirates nel mirino
Parallelamente alla decisione di limitare le azioni contro Riyadh, l’Iran avrebbe scelto di non colpire il Qatar. Le ragioni non vengono esplicitate dalle fonti, ma Doha svolge da anni un ruolo di interlocutore indiretto in diversi dossier regionali, inclusi i negoziati che coinvolgono attori legati a Tehran. Gli attacchi contro Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti proseguiranno invece “come di consueto”, secondo le stesse fonti.
Gli Stati del Golfo seguono con attenzione l’escalation verbale tra Washington e Teheran. Il presidente Donald Trump ha minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto. L’Iran ha risposto annunciando ritorsioni contro le infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo in caso di attacco americano.
Diversi governi della regione hanno già fatto pressione su Washington affinché non proceda con l’ipotesi di colpire gli impianti elettrici iraniani. Il timore è diretto: una rappresaglia su larga scala potrebbe coinvolgere impianti desalinizzatori e reti energetiche da cui dipende l’approvvigionamento idrico e la stabilità economica dell’intera area.
Effetti sul contesto regionale
La tensione in corso ridisegna gli equilibri di sicurezza nel Golfo con effetti concreti per gli operatori economici presenti nella regione. Gli Emirati, che figurano esplicitamente tra i bersagli delle operazioni iraniane, hanno finora mantenuto aperte le proprie infrastrutture e i flussi commerciali. Dubai si conferma nodo logistico e finanziario attivo, ma il rischio operativo legato all’instabilità regionale resta un fattore che investitori e aziende presenti nell’area devono incorporare nelle proprie valutazioni.
Le prossime settimane dipenderanno in misura significativa dall’evoluzione del confronto tra Washington e Teheran sullo Stretto di Hormuz, un passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
