Iran minaccia di colpire le infrastrutture energetiche regionali se attaccati gli impianti di Teheran

Lo Stretto di Hormuz è al centro di una escalation verbale che spinge i mercati energetici globali verso l’incertezza. Dopo le dichiarazioni di Trump di sabato — in cui minacciava di distruggere le centrali elettriche iraniane entro 48 ore se il passaggio non fosse riaperto — Teheran ha risposto con una minaccia diretta alle infrastrutture petrolifere e energetiche dell’intera regione. Il Presidente dell’Iran Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno preso posizione pubblica nel giro di poche ore, ciascuno su X, con messaggi coordinati nel tono e nella sostanza.

La posizione iraniana e le minacce reciproche

Ghalibaf è stato il più esplicito: ha scritto che qualsiasi attacco alle infrastrutture iraniane renderebbe “legittime” le installazioni energetiche e petrolifere di tutta la regione, che verrebbero “irreversibilmente distrutte”. Ha aggiunto che una simile ritorsione farebbe salire il prezzo del petrolio “per molto tempo”. I Guardiani della Rivoluzione (IRGC) hanno a loro volta precisato che le aziende con partecipazioni americane sarebbero “completamente distrutte” in caso di attacco, e che le infrastrutture energetiche nei Paesi che ospitano basi USA diventerebbero obiettivi leciti.

Sul piano diplomatico, Teheran continua a sostenere che lo Stretto di Hormuz sia aperto a tutti, eccetto agli Stati Uniti e ai loro alleati. Araghchi ha attribuito il blocco di fatto al rifiuto degli assicuratori di coprire le navi nel contesto bellico, ricordando che è Washington ad aver avviato il conflitto. Questa linea narrativa serve anche a tenere aperto un margine di trattativa: formalmente Teheran non ha dichiarato la chiusura dello Stretto, anche se il transito risulta di fatto bloccato dallo scorso 28 febbraio, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato il Paese.

Le implicazioni per i mercati energetici e per la regione

Lo Stretto di Hormuz è un passaggio obbligato per circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. La sua interruzione, anche parziale, produce effetti immediati sui prezzi e sulle catene di approvvigionamento globali. L’attuale crisi è già considerata la più grave sul mercato petrolifero dagli anni Settanta, e le dichiarazioni delle ultime ore rendono più difficile qualsiasi rientro rapido della tensione.

Nel frattempo, Netanyahu ha chiesto ai leader mondiali di unirsi all’azione militare contro l’Iran, sostenendo che Teheran sarebbe in grado di colpire obiettivi in profondità nel territorio europeo — un’affermazione che, se confermata, allargherebbe significativamente il perimetro del conflitto. Attacchi iraniani con droni e missili hanno già interessato Israele, Giordania, Iraq e diversi Paesi del Golfo, con vittime e danni alle infrastrutture.

Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha avviato una serie di contatti separati con le controparti iraniana, egiziana, europea e americana, secondo quanto riferito da fonti diplomatiche turche a Reuters. La Turchia sembra posizionarsi come possibile interlocutore neutro, ma la complessità degli schieramenti in campo rende difficile qualsiasi ipotesi di mediazione a breve termine.

Il quadro complessivo dopo quattro settimane di conflitto

Il conflitto è alla sua quarta settimana. L’escalation delle ultime 48 ore contraddice le dichiarazioni di Trump di appena un giorno prima, in cui il presidente americano aveva parlato di un possibile “ridimensionamento” delle ostilità. Le posizioni dei principali attori restano distanti: Washington e Tel Aviv puntano a indebolire le capacità militari iraniane, mentre Teheran mantiene la posta alta con minacce che potrebbero destabilizzare l’intero sistema energetico del Medio Oriente.

Per gli investitori e gli operatori economici presenti nella regione — inclusi quelli attivi negli Emirati Arabi Uniti — il monitoraggio della situazione rimane prioritario. Dubai e Abu Dhabi non sono direttamente coinvolte negli scontri, ma un’eventuale escalation alle infrastrutture petrolifere del Golfo avrebbe ricadute sull’intera area.

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