Guerra Iran-USA: costi, danni energetici e nessuna via d’uscita in vista

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha superato la soglia dei sei giorni con un conto già quantificato in 12,7 miliardi di dollari per Washington, mentre il Pentagono chiede al Congresso fino a 200 miliardi di finanziamenti militari aggiuntivi. L’attacco iraniano all’impianto di Ras Laffan, in Qatar — il più grande terminal mondiale di gas naturale liquefatto — ha proiettato il costo energetico del conflitto su scala regionale. Il petrolio viaggia verso quota 125 dollari al barile. Gli equilibri commerciali e infrastrutturali del Golfo, su cui si reggono economie come quella degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, sono ora esposti in modo diretto.

L’infrastruttura energetica del Golfo sotto pressione

Ras Laffan potrebbe non tornare a piena operatività per cinque anni, con una perdita stimata in 20 miliardi di dollari l’anno. I depositi petroliferi dal Bahrein ad Abu Dhabi sono vulnerabili ai droni iraniani a basso costo: un vettore militare che riduce drasticamente il vantaggio tecnologico occidentale. Iran aveva avvertito esplicitamente i paesi del Golfo, tramite Ali Larijani — poi assassinato — che i propri impianti energetici avrebbero costituito una linea rossa. L’attacco a Ras Laffan è seguito direttamente allo strike israeliano sul giacimento South Pars, un’operazione che i paesi del Golfo avevano chiesto di non eseguire proprio per evitare rappresaglie.

Il prossimo obiettivo potenziale, secondo funzionari iraniani, sarebbero gli impianti di desalinizzazione, infrastrutture critiche per l’approvvigionamento idrico dell’intera regione. Il ministro degli Esteri saudita, principe Faisal bin Farhan, ha dichiarato giovedì che Tehran ha “completamente infranto” qualsiasi residua fiducia con i paesi del Golfo. Qatar e Turchia, tradizionalmente i più propensi a mediare con Teheran, sono ora sotto pressione crescente per prendere le distanze dall’Iran.

La diplomazia ferma, tre scenari aperti

Sul fronte diplomatico, le opzioni sul tavolo si riducono a tre. La prima è un conflitto prolungato che si concluda con la capitolazione iraniana — scenario che alcuni analisti, incluso l’ex sottosegretario agli Esteri britannico Simon McDonald, non escludono, rilevando che Israele sta conseguendo i propri obiettivi militari. La seconda è una dichiarazione unilaterale di vittoria da parte di Trump, che potrebbe rivendicare la distruzione delle capacità nucleari e missilistiche iraniane e ritirare il proprio impegno militare. In questo caso resterebbero aperte questioni rilevanti: l’ubicazione dell’uranio altamente arricchito iraniano, il controllo dello Stretto di Hormuz e la stabilità interna dell’Iran.

La terza opzione è la de-escalation negoziata. Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell’Oman e mediatore in otto round di colloqui USA-Iran, ha delineato sulla rivista The Economist un accordo regionale che combini trasparenza nucleare e un trattato di non aggressione. Sul fronte europeo, la posizione è di sostanziale paralisi: i leader del continente non erano stati consultati sull’avvio del conflitto, ne temono le ricadute economiche e migratorie, e faticano a trovare un ruolo credibile nella gestione dello Stretto.

Trump nel frattempo appare in conflitto con diversi attori chiave: con gli alleati europei, con il vicepresidente JD Vance, con il direttore dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, e con lo stesso Netanyhau per le difformità nei target colpiti da Israele rispetto alle posizioni americane.

Le implicazioni per il Golfo commerciale

Per Dubai e gli Emirati Arabi Uniti, la situazione ha implicazioni concrete sul piano operativo. La perturbazione dei flussi di GNL, l’incertezza sul transito nello Stretto di Hormuz e la volatilità del prezzo del greggio si riflettono direttamente sui costi logistici e sulle catene di approvvigionamento regionali. Gli operatori commerciali attivi nell’area stanno monitorando da vicino l’evoluzione dei parametri assicurativi per il trasporto marittimo nel Golfo Persico, già in tensione nelle ultime settimane. La capacità degli EAU di mantenere un profilo neutrale e canali diplomatici aperti rappresenta in questa fase un asset specifico, come già avvenuto in occasioni precedenti di tensione regionale. L’esito del conflitto resta aperto su tutti e tre gli scenari prospettati.

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