Le tensioni in Medio Oriente stanno costringendo i grandi produttori di alluminio del Golfo Persico a ripensare le proprie catene logistiche. Qatalum, Alba ed Emirates Global Aluminium stanno esplorando rotte alternative per le esportazioni, aggirando lo Stretto di Hormuz. Le opzioni allo studio comprendono il trasporto su strada verso porti sul Mar Rosso e in Oman, soluzioni che comportano costi significativamente più elevati e tempi di transito più lunghi. Nel frattempo, la produzione è già in calo: Qatalum opera al 60% della capacità, Alba ha ridotto il funzionamento di circa il 19%. Il conflitto è al suo terzo mese senza segnali di risoluzione imminente.
Produzione ridotta, logistica sotto pressione
Qatalum, il cui azionista al 50% è il gruppo norvegese Hydro, sta valutando in modo continuativo soluzioni logistiche alternative da quando il conflitto è iniziato. La società non ha comunicato né le rotte né i volumi coinvolti, citando l’incertezza della situazione regionale. Aluminium Bahrain — Alba — ha invece dichiarato apertamente di considerare il trasporto su camion attraverso l’Arabia Saudita verso porti sul Mar Rosso o verso Salalah e Sohar in Oman. Un operatore vicino ad Alba stima che, anche alla ridotta capacità attuale, sarebbero necessari tra 100 e 150 camion al giorno per spostare la produzione verso porti alternativi. Emirates Global Aluminium, che nel 2023 ha venduto 2,83 milioni di tonnellate in oltre 50 paesi, non ha fornito dettagli sui propri piani, ma secondo una fonte vicina all’azienda starebbe valutando consegne attraverso un porto omanita.
I colli di bottiglia della logistica regionale
Gli analisti concordano che il dirottamento delle esportazioni sia la risposta più immediata, ma sottolineano i limiti concreti di questa soluzione. Kais Kriaa di AlphaMena osserva che i porti del Mar Rosso sono già sotto forte pressione e che i costi aggiuntivi sono rilevanti, in particolare per le spedizioni verso l’Asia. Anoop Fernandes di SICO Bank evidenzia un problema strutturale: l’Arabia Saudita non dispone di un collegamento ferroviario tra costa est e costa ovest, e la rete stradale esistente potrebbe non reggere alla domanda simultanea di tutte le industrie della fascia orientale del paese. La capacità di stoccaggio e movimentazione nei porti del Mar Rosso non è illimitata. Kriaa ha aggiunto che i produttori della regione non potrebbero sostenere un’interruzione prolungata di un mese e sarebbero inevitabilmente costretti a trovare soluzioni operative.
Il Saudi Landbridge torna al centro del dibattito
Le attuali difficoltà stanno riportando l’attenzione su un progetto infrastrutturale di lungo corso: il Saudi Landbridge, concepito nei primi anni 2000 per collegare le coste orientale e occidentale dell’Arabia Saudita via strada e ferrovia su circa 1.300 chilometri. Il progetto ha registrato scarsi progressi per due decenni, ma negli ultimi mesi Riad ha avviato procedure di gara. Fernandes avverte che si tratta comunque di un’opera pluriennale, da realizzare su terreni difficili, e che non offre alcuna soluzione nel breve termine. La crisi attuale ne accelera la discussione politica, ma non i tempi di realizzazione.
La pressione logistica sui produttori di alluminio del Golfo riflette una vulnerabilità strutturale che il conflitto in corso ha reso evidente. Le rotte alternative esistono, ma sono più costose, meno efficienti e con capacità limitata. I mercati mondiali dell’alluminio dipendono in misura rilevante da questa regione: EGA, Alba e Qatalum insieme rappresentano una quota significativa dell’offerta globale. Finché il conflitto non troverà una soluzione o finché infrastrutture come il Saudi Landbridge non saranno operative, il margine di manovra dei produttori rimarrà stretto.
