A quasi quattro settimane dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, Donald Trump ha lasciato intendere che Washington potrebbe ridimensionare le proprie operazioni militari nella regione. In un post sui social media pubblicato venerdì, il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “molto vicini” al raggiungimento dei propri obiettivi, tra cui la neutralizzazione delle capacità missilistiche iraniane, la distruzione della base industriale della difesa e l’eliminazione della marina e dell’aviazione di Teheran. Tuttavia, a meno di un’ora prima dello stesso post, Trump aveva escluso qualsiasi cessate il fuoco e lasciato aperta la possibilità di dispiegare truppe di terra, rendendo difficile interpretare la direzione effettiva della strategia americana.
Lo Stretto di Hormuz resta il nodo centrale
Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale, è di fatto chiuso da quando è iniziato il conflitto. Trump ha dichiarato venerdì che la responsabilità di presidiare e pattugliare il passaggio marittimo spetterà alle nazioni che ne dipendono, escludendo un impegno diretto degli Stati Uniti. Ha aggiunto che Washington potrebbe offrire supporto se richiesto, ma ha definito l’operazione militare necessaria come “facile” per i paesi interessati.
La posizione di Trump si scontra con la realtà del mercato energetico globale: anche se gli Stati Uniti producono petrolio a livelli record, i prezzi vengono fissati su mercati internazionali. Un blocco prolungato dello Stretto colpisce i consumatori americani attraverso l’effetto prezzo, indipendentemente da dove provenga il greggio. Il Brent ha chiuso venerdì sopra i 112 dollari al barile, il livello più alto dalla metà del 2022, prima di calare intorno a 108 dollari dopo le dichiarazioni di Trump su una possibile riduzione delle operazioni.
Gli alleati, intanto, hanno finora risposto con cautela alle richieste americane di assistenza nello Stretto. Trump ha criticato pubblicamente la NATO e la Cina per la loro mancata collaborazione, affermando che “a un certo punto si aprirà da solo”. Le autorità iraniane, dal canto loro, si sono mostrate sempre meno disponibili a discutere la riapertura del passaggio, mentre Teheran continua a condurre attacchi di rappresaglia contro i vicini del Golfo.
Mercati sotto pressione, incertezza sui tempi del conflitto
La giornata di venerdì è stata pesante per i mercati finanziari. L’indice azionario americano ha chiuso la settimana con un calo vicino al 2%, i rendimenti dei Treasury sono saliti — con i derivati che prezzano una probabilità del 50% di un rialzo della Federal Reserve entro ottobre — e l’oro ha registrato la peggior settimana in quattro decenni. I prezzi della benzina al dettaglio negli Stati Uniti sono ai massimi dal 2022, con alcune stazioni in California che superano gli 8 dollari al gallone.
A complicare il quadro è la richiesta del Pentagono al Congresso di 200 miliardi di dollari aggiuntivi per finanziare il conflitto. La cifra contrasta con l’ipotesi di una rapida conclusione delle operazioni. Secondo valutazioni dell’intelligence occidentale, il regime di Teheran non è prossimo al collasso e i leader rimasti si stanno consolidando attorno alle strutture di potere esistenti.
Trump ha mantenuto la propria riservatezza sui piani relativi all’isola di Kharg, principale hub iraniano per l’esportazione di petrolio. Funzionari dell’amministrazione hanno confermato che centinaia di marines stanno per essere dispiegati nella regione in vista di una possibile operazione. “Potrei avere un piano o potrei non averlo, ma perché mai dovrei dirlo a un giornalista?” ha risposto Trump ai cronisti.
La pressione politica interna si fa sentire
Con le elezioni di metà mandato a novembre, l’aumento dei prezzi energetici rappresenta un problema concreto per i repubblicani. Il costo del carburante, le spese militari crescenti e la mancanza di alleati disposti a collaborare sullo Stretto creano pressioni che Trump dovrà gestire sul piano interno, indipendentemente dall’esito delle operazioni in Iran.
Le prossime settimane diranno se la retorica di venerdì si tradurrà in un cambiamento effettivo di postura o resterà parte di quella comunicazione contraddittoria che ha caratterizzato l’intera gestione del conflitto da parte dell’amministrazione.
