Droni hanno colpito per la seconda volta in quarantotto ore la raffineria di Mina al-Ahmadi, in Kuwait, la più grande del paese con una capacità di lavorazione di circa 730.000 barili al giorno. L’attacco si inserisce in una campagna militare iraniana che sta progressivamente coinvolgendo l’intera regione del Golfo. Teheran ha giustificato le proprie azioni come risposta a un attacco israeliano sul giacimento di South Pars, il principale campo a gas del paese, da cui dipende circa l’80 percento del fabbisogno interno di gas naturale. Il conflitto si estende ora dalla Penisola Arabica al Mediterraneo orientale, con ripercussioni dirette sui mercati energetici globali.
Danni alle infrastrutture e reazione dei paesi del Golfo
La compagnia petrolifera nazionale del Kuwait ha comunicato lo spegnimento forzato di diversi impianti a seguito degli attacchi, escludendo per ora vittime. Le forze armate kuwaitiane hanno dichiarato che i sistemi di difesa aerea erano attivamente impegnati nell’intercettazione di droni e missili in arrivo. L’episodio si è verificato durante le celebrazioni di Eid al-Fitr, la festa che chiude il mese di Ramadan.
Gli attacchi iraniani non si sono limitati al Kuwait. Le Guardie della Rivoluzione Islamica hanno dichiarato di aver colpito la base aerea americana di al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, oltre a obiettivi all’interno di Israele. Gli Emirati hanno segnalato minacce di missili e droni in ingresso; il Bahrain ha riferito di un incendio in un magazzino causato da shrapnel; l’Arabia Saudita ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto più di una dozzina di droni nel giro di due ore.
Il danno più significativo, in termini economici, ha riguardato il terminale di Ras Laffan in Qatar, il principale impianto di gas naturale liquefatto al mondo. Le autorità di QatarEnergy hanno stimato una distruzione equivalente al 17 percento dell’offerta globale di GNL, con perdite annue intorno ai 20 miliardi di dollari. Il chief executive Saad al-Kaabi ha indicato tempi di ripristino compresi tra tre e cinque anni.
Lo Stretto di Hormuz chiuso, prezzi energetici in rialzo
La mossa con le implicazioni più ampie per l’economia globale è la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL. La restrizione ha già provocato un’impennata dei prezzi energetici e sta generando carenze a cascata in settori come quello dei semiconduttori e dei fertilizzanti. Diversi governi asiatici hanno avviato razionamenti dell’elettricità e riduzioni dell’orario lavorativo.
Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che le operazioni condotte finora rappresentano solo una parte delle capacità del paese, minacciando l’assenza di qualsiasi limitazione qualora le infrastrutture energetiche iraniane venissero nuovamente prese di mira. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele ha agito autonomamente nell’attacco a South Pars e che sospenderà ulteriori operazioni contro impianti energetici su richiesta del presidente americano Donald Trump, il quale ha preso le distanze dall’operazione.
La notte tra giovedì e venerdì, nuovi attacchi israeliani hanno raggiunto Teheran, dove le esplosioni sono state udite mentre la popolazione celebrava il Nowruz, il capodanno persiano. In Israele, sirene sono scattate venerdì mattina a Tel Aviv in seguito a una seconda raffica di missili iraniani nel giro di un’ora.
Il bilancio del conflitto
Secondo i dati disponibili, il conflitto ha provocato finora oltre 1.300 vittime in Iran. In Libano, le operazioni israeliane contro Hezbollah hanno causato più di 1.000 morti e sfollato oltre un milione di persone. In Israele, 15 civili sono stati uccisi da missili iraniani; quattro persone hanno perso la vita in Cisgiordania a causa di un impatto missilistico. Almeno 13 militari americani hanno perso la vita nelle operazioni nella regione.
Gli analisti di Eurasia Group hanno definito la situazione come una fase di escalation, avvertendo che Europa e Asia sono esposte alle conseguenze più dirette in funzione della durata del conflitto. La chiusura dello Stretto di Hormuz, se prolungata, rischia di alterare in modo duraturo i flussi commerciali e le catene di approvvigionamento su scala globale.
