Il mercato fisico del petrolio ha raggiunto questa settimana un livello mai toccato prima: il Cash Dubai crude ha superato i 170 dollari al barile, con un picco intraday vicino ai 176,80 dollari prima di stabilizzarsi intorno a 170,79. Il segnale non arriva dai mercati finanziari derivati, ma dalle contrattazioni per consegna immediata, dove le raffinerie asiatiche si contendono carichi disponibili nell’immediato. Il confronto con il precedente massimo ciclico — il Brent a circa 147 dollari nel 2008 — dà la misura dello scarto. L’analista Rory Johnston, fondatore di commoditycontext.com, ha commentato: “Per quanto ne sappia, nessun greggio ha mai raggiunto i 170 dollari al barile prima d’ora.”
Lo Stretto di Hormuz al centro della crisi
All’origine della tensione c’è il blocco progressivo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita normalmente circa un quinto dei flussi globali di petrolio e gas naturale liquefatto. Attacchi, ritiro delle coperture assicurative e rischi per la sicurezza hanno reso il transito sempre più difficile nelle ultime settimane. I produttori del Golfo hanno rallentato le esportazioni mentre lo stoccaggio si accumula e le petroliere restano ferme. Le raffinerie asiatiche, storicamente dipendenti dal greggio medio-orientale ad alto tenore di zolfo, stanno offrendo prezzi aggressivi per i pochi carichi ancora disponibili.
Le valutazioni di Platts mostravano già il Dubai crude in risalita dai 150 ai 165 dollari prima del balzo finale, segnale che la stretta si stava costruendo prima del picco. Il risultato è una divergenza marcata tra mercato fisico e mercato finanziario: Brent e WTI restano ben al di sotto dei 170 dollari, incorporando aspettative di normalizzazione futura. Il premio del greggio fisico sui prezzi legati ai futures ha raggiunto 60-65 dollari al barile, contro spread normalmente prossimi a un dollaro. Questa forbice indica scarsità localizzata, non una riformulazione globale del prezzo.
Riserve strategiche mobilitate, effetti limitati nel Golfo
Per contenere la pressione, l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha rilasciato circa 400 milioni di barili dalle riserve di emergenza, mentre gli Stati Uniti hanno attinto oltre 170 milioni di barili dalla Strategic Petroleum Reserve. Queste misure hanno contribuito a stabilizzare i prezzi nel bacino atlantico, ma hanno inciso poco sull’immediata scarsità nella regione del Golfo. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito a 3,91 dollari al gallone, rispetto ai 2,92 dollari registrati il giorno prima dell’avvio del conflitto il 27 febbraio.
I produttori esterni al Golfo — operatori shale statunitensi, sabbie bituminose canadesi, piattaforme offshore brasiliane — stanno acquisendo interesse come fonti alternative. I titoli energetici hanno risposto positivamente sui mercati azionari. L’agenzia Fitch Ratings ha avvertito che “un conflitto prolungato in Medio Oriente potrebbe creare nuove sfide creditizie per i sovrani dei mercati sviluppati in Europa e Asia, principalmente attraverso costi energetici e di finanziamento più elevati, inflazione crescente e crescita economica più debole.”
Il mercato fisico anticipa le decisioni dei futures
La distinzione tra mercato fisico e mercato finanziario non è tecnica: è sostanziale. Quando un compratore paga 170 dollari per un barile da consegnare oggi, esprime un’urgenza concreta che i contratti futures — ancorati a scenari futuri — non incorporano ancora pienamente. Gli operatori monitorano le valutazioni giornaliere, i dati di tracciamento delle petroliere, i mercati di previsione e gli aggiornamenti sulle riserve strategiche per valutare se il picco attuale sia un fenomeno transitorio o l’avvio di un aggiustamento più lungo.
Un rapido ripristino della navigazione attraverso Hormuz farebbe scendere i prezzi bruscamente, riportando sul mercato le forniture bloccate. Una crisi prolungata, invece, eserciterebbe pressioni crescenti sulle scorte globali e sulle catene di approvvigionamento industriali e alimentari. Per ora, il messaggio del mercato fisico è privo di ambiguità.
