Da venti giorni, le difese aeree degli Emirati Arabi Uniti intercettano missili balistici, droni e munizioni vaganti sopra Dubai. Quello che era un’eccezione è diventato routine: le sirene sui telefoni, i boati sui marina, i detriti sopra il convention centre. Parallelamente, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e Abu Dhabi registrano danni concreti alle proprie infrastrutture energetiche. L’Iran ha colpito impianti di gas liquefatto a Ras Laffan, raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, e una struttura di Abu Dhabi. Il blocco dello stretto di Hormuz, attraverso cui transita la maggior parte delle esportazioni di idrocarburi del Golfo, è attivo. I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si trovano a gestire una crisi che tocca economia, sicurezza e futuro geopolitico.
Danni all’energia, costi della difesa
Le perdite materiali iniziano a essere significative. In Qatar, quasi un quinto della capacità di esportazione di gas naturale liquefatto è stato messo fuori uso dall’attacco al complesso di Ras Laffan. Ad Abu Dhabi, le autorità hanno sospeso le operazioni all’impianto di Habshan e al campo di Bab, definendo gli attacchi una “pericolosa escalation”. La Kuwait Petroleum Corporation ha confermato che la raffineria di Mina al-Ahmadi è stata colpita da più droni. Arabia Saudita ha segnalato attacchi a due raffinerie.
Sul fronte della difesa, i sei Paesi del GCC dispongono collettivamente di circa 2.000 aerei militari F-15 e F-18. Tuttavia, le scorte di missili intercettori si stanno assottigliando, dopo aver abbattuto circa il 90% dei proiettili iraniani. Il costo economico della difesa attiva si aggiunge a quello dei danni diretti alle infrastrutture. Solo Arabia Saudita e, in misura minore, Emirati Arabi Uniti hanno esperienza operativa in conflitti aerei su larga scala.
La postura politica del GCC tra pressioni esterne e calcoli interni
Washington chiede ai Paesi del Golfo di allinearsi alla campagna militare americana contro l’Iran. Il GCC, finora, ha risposto difensivamente. Le ragioni sono sia strategiche sia politiche. Analisti e accademici interpellati da diverse testate sottolineano che un intervento offensivo legittimerebbe una guerra che i Paesi del Golfo hanno cercato di impedire. C’è anche una diffidenza concreta nei confronti di Washington: il timore, condiviso tra i vertici del GCC, è che un’azione militare del Golfo venga usata dagli Stati Uniti per ritirarsi dichiarando vittoria, lasciando i Paesi arabi del Golfo in un conflitto aperto con l’Iran.
Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha dichiarato che Riyadh “si riserva il diritto di azioni militari se ritenuto necessario”. La frase è stata letta dalla maggior parte degli osservatori come un segnale interno, non come una reale apertura all’intervento. Un accordo collettivo tra i membri del GCC su un’eventuale risposta offensiva rimane lontano.
Sul piano diplomatico, il ministro omanita Badr Albusaidi ha scritto sull’Economist che gli Stati Uniti hanno “perso il controllo della propria politica estera”. La distanza tra la narrativa americana e la percezione dei governi del Golfo è ampia.
Il nodo dello stretto di Hormuz e lo scenario post-conflitto
Il blocco dello stretto di Hormuz rappresenta la minaccia economica più diretta. La geografia favorisce l’Iran, e inviare navi militari nel Golfo Persico esporrebbe i partecipanti a un rischio di coinvolgimento diretto che nessun membro del GCC sembra disposto ad accettare.
Sul lungo periodo, la questione che pesa di più tra i governi del Golfo riguarda l’Iran del dopoguerra. Un regime indebolito ma sopravvissuto, o ricostruito su fondamenta diverse, potrebbe rappresentare una minaccia prolungata alla sicurezza regionale. Accademici e diplomatici citati nelle ultime settimane indicano come la gestione dell’Iran residuale sia un calcolo più complesso della risposta militare immediata.
Il consenso tra gli analisti è che il GCC non entrerà nel conflitto in modo diretto nel breve termine, a meno che i danni alle infrastrutture energetiche non raggiungano una soglia che rende la difesa passiva economicamente insostenibile. Quella soglia, per ora, non è ancora stata superata.
