Petrolio: Murban schizza a 131 dollari mentre WTI e Brent cedono terreno

I mercati petroliferi mostrano una frattura sempre più netta tra i benchmark globali e i greggi fisici della regione del Golfo. Nella sessione di venerdì 20 marzo 2026, WTI è sceso del 2,06% a 94,16 dollari al barile e Brent ha ceduto l’1,45% portandosi intorno a 107,1 dollari. Nello stesso momento, il Murban — il greggio di riferimento degli Emirati Arabi Uniti — balzava a circa 131 dollari al barile, con un rialzo superiore al 6% in una singola seduta. Il gas naturale ha chiuso in calo dell’1,23% a 3,127 dollari.

Golfo sotto pressione fisica, benchmark globali in correzione

La divergenza tra i prezzi riflette due dinamiche distinte che agiscono in parallelo. I cali di WTI e Brent sono attribuibili in parte a prese di profitto e in parte all’attesa di aggiustamenti temporanei dell’offerta — movimenti tipici dei mercati finanziari quando la pressione speculativa si allenta. Il Murban racconta invece una storia diversa: la tensione sull’offerta fisica nel Golfo Persico resta alta, alimentata dalle perturbazioni legate alle tensioni in corso con l’Iran.

Il Golfo Persico convoglia una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio. Quando le rotte di transito vengono messe sotto pressione — anche solo in via preventiva da parte degli operatori — i greggi della regione si apprezzano rapidamente rispetto ai benchmark di carta. Questo è esattamente ciò che sta accadendo: il mercato si sta frammentando tra una componente finanziaria più morbida e una componente fisica sotto stress.

Gli analisti avvertono che il divario potrebbe ampliarsi se le tensioni non rientrano. Gli acquirenti asiatici, che dipendono in misura consistente dai greggi del Golfo, sono i più esposti a eventuali rincari ulteriori sulle forniture fisiche.

India in difficoltà, alternativa all’import dal Golfo è costosa

L’impatto più tangibile dell’interruzione dei flussi dal Golfo si registra in India, dove la chiusura dello Stretto di Hormuz ha tagliato circa il 90% delle importazioni di GPL. La produzione domestica copre solo il 40% della domanda interna, e la distanza tra fabbisogno e disponibilità si sta traducendo in acquisti d’emergenza e razionamenti localizzati.

Le forniture alternative — dagli Stati Uniti, dalla Russia o dalla Norvegia — esistono sulla carta, ma presentano due ostacoli concreti: prezzi più elevati rispetto ai volumi del Golfo e vincoli logistici che rendono difficile sostituire rapidamente grandi quantità. La rotta dal Golfo Persico verso i porti indiani è ottimizzata da decenni; riorientare la supply chain richiede tempo e costi che il mercato sta già iniziando a scontare.

Il calo del gas naturale, in controtendenza rispetto al Murban, suggerisce che la domanda a breve termine su quel fronte si stia allentando, o che i mercati stiano già incorporando aspettative di sostituzione parziale del petrolio con il gas in alcune applicazioni industriali.

Un mercato a due velocità

La seduta del 20 marzo offre un’istantanea di come i mercati energetici stiano reagendo a uno scenario geopolitico prolungato. I prezzi di carta si correggono, quelli fisici nelle zone ad alto rischio salgono. Se le disruption si stabilizzano, il differenziale potrebbe rientrare. Se si aggravano, la pressione sui greggi fisici del Golfo si trasmetterà con ritardo anche ai benchmark globali.

Per i paesi importatori altamente dipendenti dal Golfo — e l’India è l’esempio più evidente — la diversificazione delle forniture resta un obiettivo di lungo periodo che le crisi immediate rendono urgente ma non necessariamente praticabile in tempi brevi.

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