Al vertice di Bruxelles, i 27 leader dell’Unione Europea hanno approvato una dichiarazione congiunta in cui chiedono la stabilizzazione dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz e un cessate il fuoco sulle infrastrutture idriche ed energetiche in Medio Oriente. Il documento riflette una doppia preoccupazione: l’impennata dei prezzi dell’energia provocata dal conflitto e il rischio di una nuova crisi migratoria. Nessun leader ha però offerto supporto militare immediato agli Stati Uniti, che da settimane premono per un coinvolgimento europeo nella sicurezza del corridoio petrolifero.
Prezzi dell’energia al centro del summit
Il premier belga Bart De Wever ha sintetizzato il clima del vertice con una valutazione netta: i prezzi energetici erano già eccessivi prima della guerra, ma il conflitto ha generato un’ulteriore fiammata. “Se diventa strutturale, siamo nei guai”, ha detto. La Commissione Europea ha presentato ai leader un pacchetto di strumenti finanziari che gli Stati membri potrebbero attivare per contenere i rincari, ma nessuna misura singola appare sufficiente a proteggere uniformemente mercati tanto diversi tra loro, dalla Romania all’Irlanda.
Nel frattempo, dieci paesi — tra cui Italia, Polonia, Ungheria e Austria — hanno scritto a Ursula von der Leyen chiedendo di rallentare l’applicazione del sistema europeo di scambio delle emissioni (ETS), giudicato “troppo ambizioso” in un contesto economico già sotto pressione. Altri governi, al contrario, sostengono che accelerare la transizione verso le energie rinnovabili domestiche sia proprio la risposta strutturale agli shock dei mercati fossili.
Nessun intervento militare, ma quattro grandi economie aprono uno spiraglio
La linea prevalente tra i leader europei è di non inviare forze militari mentre il conflitto è in corso. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha posto una condizione esplicita: Berlino potrà valutare il contributo alla sicurezza delle rotte marittime solo “quando le armi taceranno”, e solo in presenza di un mandato internazionale. Francia e Gran Bretagna hanno adottato posizioni analoghe. L’Austria è andata oltre, escludendo categoricamente qualsiasi forma di intervento nello Stretto.
Tuttavia, Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi — insieme a Regno Unito e Giappone — hanno firmato una dichiarazione separata in cui si dicono disponibili a contribuire a “sforzi appropriati” per garantire la libertà di navigazione, e chiedono all’Iran di cessare immediatamente attacchi con droni e missili. È un segnale di apertura condizionata, non un impegno operativo. L’alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha confermato che tra i leader non c’è “nessun appetito” per espandere la missione navale europea nel Mar Rosso fino allo Stretto di Hormuz.
Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha definito la guerra “illegale” e ha insistito sui danni alle popolazioni civili e alle economie del Sud globale. Il premier olandese Rob Jetten ha invece mostrato comprensione per le ragioni di Washington e Tel Aviv, chiedendo al tempo stesso un inasprimento delle sanzioni contro Teheran e un maggiore sostegno ai gruppi di opposizione iraniani.
Sullo sfondo, il nodo Ucraina
Il vertice ha affrontato anche il dossier ucraino. I leader non sono riusciti a sbloccare il prestito destinato a Kiev, bloccato dall’opposizione ungherese. La questione resta aperta, con l’Ungheria che continua a esercitare il proprio diritto di veto all’interno delle procedure che richiedono l’unanimità.
L’Unione Europea si trova oggi a gestire simultaneamente tre pressioni: il conflitto in Medio Oriente con le sue ricadute energetiche, il protrarsi della guerra in Ucraina e le spinte interne a rivedere le politiche climatiche. La dichiarazione di Bruxelles fissa posizioni, ma le decisioni operative restano rinviate a condizioni che, per ora, non si sono ancora realizzate.
