Il Pentagono ha inoltrato alla Casa Bianca una richiesta di 200 miliardi di dollari in fondi supplementari per finanziare le operazioni militari contro l’Iran. La cifra, non ancora approvata da Donald Trump, supera di gran lunga i 65 miliardi stanziati complessivamente per l’Ucraina dal 2022. Se approvata dal Congresso, sarebbe la più grande legge di spesa supplementare dai tempi dei pacchetti Covid del 2020. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha confermato indirettamente la cifra, precisando che potrebbe variare, e ha respinto le critiche sull’andamento del conflitto, sostenendo che la campagna procede “secondo i piani”.
Una spesa che supera ogni precedente recente
I primi sei giorni di operazioni contro l’Iran sono costati oltre 11,3 miliardi di dollari, secondo quanto riferito dai funzionari americani ai legislatori. Una cifra che ha suscitato reazioni bipartisan al Congresso: il senatore democratico Andy Kim ha definito quella somma “miliardi di dollari che non vengono spesi per i bisogni del paese”. La richiesta complessiva da 200 miliardi incontra resistenze sia tra i democratici sia tra i repubblicani più attenti alla spesa pubblica. La scala dell’impegno finanziario implica che l’amministrazione preveda un conflitto prolungato, una lettura che Hegseth ha smentito senza tuttavia fornire una tempistica precisa. Ha detto solo che il conflitto terminerà “a scelta del presidente”.
La richiesta crea anche una tensione politica interna all’amministrazione Trump: da un lato, il presidente ha a lungo criticato le cosiddette “forever wars” di Iraq e Afghanistan e aveva fatto del non avere avviato nuovi conflitti un punto di vanto del suo primo mandato. Dall’altro, nel secondo mandato ha condotto operazioni militari in Yemen, Nigeria, Siria, Somalia, Venezuela e ora Iran. Trump ha più volte dichiarato di voler portare il bilancio annuale della difesa a 1.500 miliardi, in netta contraddizione con il mandato di taglio alla spesa pubblica affidato al Dipartimento per l’Efficienza Governativa guidato da Elon Musk.
Lo Stretto di Hormuz e le implicazioni per il Golfo
Sul fronte operativo, Hegseth ha affermato che gli Stati Uniti stanno “vincendo in modo decisivo”, distruggendo l’arsenale balistico iraniano, la marina e i sottomarini. Ha anche attaccato gli alleati europei, che hanno in larga parte declinato la richiesta americana di partecipare alla sorveglianza dello Stretto di Hormuz, la via d’acqua attraverso cui transita una quota rilevante del traffico mondiale di petrolio e gas naturale. Le minacce iraniane hanno di fatto interrotto o limitato il passaggio di petroliere nella zona.
Per chi opera negli Emirati Arabi Uniti, la questione ha implicazioni concrete e immediate. Dubai e Abu Dhabi dipendono dalle rotte marittime del Golfo per gran parte delle importazioni e delle esportazioni. Un prolungamento dell’instabilità nello Stretto di Hormuz si traduce in premi assicurativi più alti per il trasporto marittimo, pressioni sui costi logistici e potenziale volatilità nei prezzi dell’energia. Gli investitori attivi nella regione MENA devono considerare questi rischi operativi nella valutazione delle proprie esposizioni.
Scenario aperto, costi in crescita
A diciannove giorni dall’inizio del conflitto, né la tempistica né i costi finali sono definibili con precisione. La richiesta da 200 miliardi indica che Washington si prepara a un impegno lungo, anche se l’amministrazione rifiuta questa lettura. Per gli operatori economici presenti negli Emirati, il quadro richiede attenzione: la stabilità del Golfo resta un fattore strutturale per chiunque abbia interessi commerciali o di investimento nell’area. Le prossime settimane, in particolare l’iter della richiesta supplementare al Congresso, forniranno indicazioni più chiare sull’orizzonte temporale e sulla strategia complessiva dell’amministrazione Trump.
