Gli attacchi incrociati tra Iran e Israele sulle infrastrutture energetiche del Medio Oriente hanno spinto Donald Trump a invocare una de-escalation, mentre i mercati globali reagiscono a una spirale che coinvolge direttamente le principali rotte e giacimenti dell’area del Golfo. L’impianto di Ras Laffan in Qatar — sede del più grande terminale di esportazione di GNL al mondo — ha subito danni ingenti dopo un attacco iraniano. Israele ha colpito il giacimento di South Pars, cuore dell’infrastruttura energetica iraniana. Trump ha dichiarato che ulteriori attacchi iraniani agli impianti qatarini porteranno gli Stati Uniti a intervenire direttamente su South Pars.
Il Golfo sotto attacco: cosa è successo
Iran ha lanciato ondate di missili e droni contro UAE, Arabia Saudita e Kuwait dopo la conferma dell’assassinio del suo capo della sicurezza Ali Larijani. Teheran aveva avvertito ore prima che le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo sarebbero state considerate “obiettivi legittimi”. L’agenzia semi-ufficiale Tasnim aveva elencato siti a rischio in Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Tra gli episodi più rilevanti per gli Emirati, Iran ha dato fuoco a un grande giacimento di gas naturale nel Paese nel corso della settimana.
Il prezzo del petrolio è salito di circa il 50% dall’inizio del conflitto, con lo Stretto di Hormuz che resta in larga parte bloccato al traffico marittimo. L’Iraq ha registrato un calo nella generazione di energia elettrica dopo l’interruzione delle forniture di gas iraniano, segnale di come il conflitto stia trascinando nell’instabilità anche Paesi non direttamente coinvolti. Trump ha temporaneamente sospeso una normativa secolare sul trasporto marittimo americano per contenere i costi energetici interni, mentre i prezzi della benzina negli USA hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due anni.
Le implicazioni per gli investitori nell’area MENA
Per chi opera o investe negli Emirati, il quadro è diventato più complesso nel giro di pochi giorni. Gli UAE figurano tra i Paesi nel mirino di Teheran, e Anwar Gargash, consigliere del presidente emiratino Sheikh Mohamed bin Zayed, ha lasciato intendere che Abu Dhabi potrebbe partecipare alla protezione dello Stretto di Hormuz. Una posizione che segnala tanto la gravità della minaccia quanto la disponibilità degli Emirati a coordinarsi con Washington.
South Pars è centrale per la produzione di gas iraniano e, per estensione, per la generazione elettrica e l’attività industriale di Teheran. Anche interruzioni limitate si traducono in carenze di energia e rallentamenti produttivi, come ha osservato Hamidreza Azizi, ricercatore del German Institute for International and Security Affairs. L’attacco israeliano al giacimento risponde a una logica di erosione delle capacità economiche dell’Iran, con effetti che si estendono ben oltre i confini del conflitto diretto.
Per gli operatori con esposizione ai mercati del Golfo — dall’import-export ai contratti di fornitura, fino agli asset immobiliari nelle free zone degli Emirati — il rischio immediato riguarda la continuità logistica attraverso Hormuz e la volatilità delle materie prime energetiche.
La posizione americana e i margini di manovra
Trump ha preso le distanze dall’attacco israeliano a South Pars, definendolo una scelta di Israele e precisando che solo una sezione limitata del giacimento è stata colpita. Ha tuttavia confermato che gli USA erano a conoscenza dell’operazione. Il Vicepresidente Vance ha incontrato i principali dirigenti del settore petrolifero per valutare misure di contenimento dell’impatto sui consumatori americani.
Sul fronte diplomatico e militare, la Russia ha annunciato convogli navali per scortare le navi mercantili, aggiungendo un ulteriore attore alla competizione per il controllo dello Stretto. L’Iran continua a esportare il proprio petrolio attraverso Hormuz a livelli vicini a quelli pre-conflitto.
Il quadro resta aperto. Trump ha ribadito che l’obiettivo iniziale del conflitto era neutralizzare la minaccia nucleare iraniana, ma la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard ha evitato di confermare davanti al Senato che l’Iran rappresenti una minaccia nucleare imminente. La distanza tra la narrativa della Casa Bianca e le valutazioni degli apparati di intelligence aggiunge un elemento di incertezza che i mercati stanno già scontando.
