Il conflitto in Iran ha ridotto del 90% i transiti commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz e compresso del 79% la capacità cargo aerea nel Golfo tra fine febbraio e inizio marzo, con una contrazione del 22% a livello mondiale. Dubai, snodo centrale di questa rete logistica, è esposta in misura diretta: il suo aeroporto cargo — undicesimo al mondo per volumi — potrebbe perdere oltre 10.000 tonnellate di spedizioni farmaceutiche nel solo mese di marzo. Le operazioni dell’hub umanitario dell’OMS con base a Dubai sono attualmente sospese.
Dubai al centro della rete farmaceutica regionale
L’industria farmaceutica del Golfo vale 23,7 miliardi di dollari, con una quota dell’80% che dipende da importazioni via spazio aereo GCC e Stretto di Hormuz. Dubai funge da hub di riesportazione: i medicinali arrivano, vengono stoccati in strutture di cold chain e ridistribuiti globalmente verso Africa, Asia, Europa, India e Stati Uniti. Operatori come CEVA Logistics, DHL e DP World hanno costruito negli anni una rete di distribuzione farmaceutica e sanitaria che sfrutta la prossimità alla Jebel Ali Free Zone, il cui porto container è il nono al mondo per dimensioni.
La capacità cargo dell’aeroporto di Dubai supera i 4 milioni di tonnellate annue. I farmaci rappresentano il 4% del traffico aereo globale: anche una sospensione parziale delle rotte ha effetti misurabili. Per gli investitori e gli operatori logistici italiani presenti negli Emirati, la situazione segnala una finestra di vulnerabilità — ma anche di riposizionamento — nei servizi di stoccaggio e distribuzione verso mercati terzi.
Cold chain e farmaci emergenziali: i segmenti più esposti
Le scorte di farmaci generici consentono a molti paesi di assorbire ritardi di alcune settimane. Il rischio più immediato riguarda la cold chain — vaccini, insulina, biologici, terapie oncologiche — dove i margini di tolleranza sono ridotti: la maggior parte dei vaccini richiede conservazione tra 2°C e 8°C durante il trasporto. Secondo le stime degli operatori, per ogni settimana di interruzione delle spedizioni aeree occorre circa una settimana e mezza per recuperare i volumi, con rischio concreto di prodotti deteriorati e carenze puntuali.
Il direttore regionale dell’OMS Hanan Balkhy ha dichiarato il 5 marzo che le operazioni umanitarie registrano un gap di finanziamento del 70%, con 18 milioni di dollari in forniture sanitarie bloccate e oltre 50 richieste di emergenza da 25 paesi inevase, tra cui 6 milioni di dollari in medicinali destinati a Gaza. Pakistan e paesi africani risultano i più esposti, con scorte insufficienti e dipendenza da rotte ora interrotte — il porto di Salalah, in Oman, attraverso cui transitava oltre l’80% del cargo farmaceutico pakistano verso gli USA, è stato colpito l’11 marzo.
Costi in aumento, rotte alternative, pressioni sui prezzi
I premi assicurativi per i transiti nello Stretto di Hormuz sono aumentati di oltre il 1.000% da fine febbraio. Il costo del cargo aereo dall’Asia all’Europa è cresciuto del 45% dall’inizio del conflitto. Le aziende farmaceutiche stanno attivando rotte alternative — camion tra aeroporti GCC, deviazioni via Cina o Singapore — con costi aggiuntivi che, secondo analisti di settore, potrebbero riflettersi sui prezzi al consumo dei generici nell’arco di quattro-sei settimane.
Le multinazionali mantengono in media 180 giorni di scorte di prodotto finito; i grandi distributori ne detengono tra 25 e 30. Questi buffer limitano il rischio di carenze generalizzate nel breve periodo, ma non azzerano la pressione sui costi di filiera.
Per gli operatori italiani attivi nella logistica, nella distribuzione farmaceutica o nei servizi alle imprese negli Emirati, il quadro in evoluzione richiede un monitoraggio attento delle rotte, delle coperture assicurative e delle eventuali misure regolatorie temporanee che i governi della regione potrebbero adottare per tutelare l’accesso ai farmaci essenziali.
