I fondi sovrani dei paesi del Golfo gestiscono circa 5.000 miliardi di dollari di investimenti globali. L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran — iniziata a fine febbraio — sta mettendo sotto pressione economie che dipendono ancora in larga misura dalle esportazioni di idrocarburi. Oxford Economics stima che la crescita del reddito nazionale aggregato dei paesi del Golfo si fermerà al 2,6% nel 2025, un punto e otto in meno rispetto alle previsioni originarie. Le ripercussioni si estendono al turismo, al mercato immobiliare e ai mercati azionari regionali, con effetti diretti sull’attrattività della regione per gli investitori internazionali.
Esportazioni bloccate e conti pubblici sotto pressione
Il conflitto ha ridotto la produzione e la spedizione di petrolio e gas, che costituiscono la quota principale del gettito fiscale di Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrain e UAE. Iran ha colpito infrastrutture petrolifere, aeroporti e basi militari statunitensi nella regione, oltre a bloccare lo Stretto di Hormuz, la rotta attraverso cui transita una parte rilevante del traffico mondiale di idrocarburi. La vulnerabilità varia da paese a paese: Arabia Saudita e Oman dispongono di rotte alternative per le esportazioni, mentre Bahrain, Kuwait e Qatar non hanno opzioni equivalenti. Gli esperti del settore turistico stimano che le chiusure degli spazi aerei, in coincidenza con il Ramadan, potrebbero tradursi in perdite fino a 56 miliardi di dollari in spesa da parte dei visitatori.
I piani di diversificazione economica — Vision 2030 in Arabia Saudita, i progetti di sviluppo degli UAE — subiscono un rallentamento difficile da quantificare nel breve periodo. Frederic Schneider, senior fellow al Middle East Council, ha osservato che le immagini di esplosioni a Dubai, Doha e Manama hanno compromesso la percezione di sicurezza che questi paesi avevano costruito negli anni. Per gli investitori italiani e europei presenti negli Emirati, questo si traduce in un contesto operativo più incerto, con mercati azionari locali in calo e una revisione dei premi di rischio sulla regione.
Investimenti esteri e impegni con Washington sotto revisione
Il Financial Times ha riportato che tre tra i principali paesi del Golfo starebbero riesaminando gli impegni di investimento assunti negli Stati Uniti dopo la visita di Trump nel 2024. UAE aveva promesso 1.400 miliardi di dollari, Qatar 1.200 miliardi, Arabia Saudita 600 miliardi incluso un pacchetto per armamenti da 142 miliardi. Tim Callen, visiting fellow all’Arab Gulf States Institute di Washington, ridimensiona però l’ipotesi di una revisione sostanziale: l’aumento della spesa per la difesa, probabile per paesi come l’Arabia Saudita, è in linea con l’impegno a investire di più negli USA. Rachel Ziemba, analista di geo-political risk, ricorda che almeno una parte di quelle cifre rappresentava dichiarazioni di intenti più che impegni vincolanti.
Sul fronte interno, i fondi sovrani potrebbero essere chiamati a sostenere le economie nazionali — ad esempio mantenendo operative strutture ricettive colpite dal calo del turismo. Le priorità di spesa post-conflitto, secondo la società di consulenza finanziaria Nasser Saidi and Associates, includeranno probabilmente investimenti in infrastrutture di resilienza, riserve alimentari strategiche, gasdotti alternativi, ricostruzione e difesa. Il portavoce del ministero degli esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha confermato che l’impatto ci sarà: “Saremo impegnati a ricostruire, rafforzare la nostra postura difensiva e gestire la crisi regionale immediata.”
Prospettive incerte oltre il breve termine
Nel medio periodo, la regione sarà percepita come più rischiosa, con effetti sul costo del capitale e sui flussi di investimento diretto estero. Callen sintetizza così la situazione: gli impatti di breve termine sono chiari e negativi; quelli di lungo periodo dipendono da come e quando il conflitto si concluderà, e da quanto rischio residuo rimarrà nella regione.
Per chi opera o investe a Dubai, gli Emirati mantengono una posizione strutturalmente più solida rispetto ad altri paesi del Golfo grazie alla diversificazione già avanzata della propria economia. Tuttavia, l’interconnessione regionale — commerciale, finanziaria e logistica — rende inevitabile un certo grado di contagio. Monitorare l’evoluzione del conflitto e le mosse dei fondi sovrani nelle prossime settimane rimane una priorità per chiunque abbia esposizione alla regione MENA.
