Gli Emirati Arabi Uniti si dicono disponibili a prendere parte a un’operazione guidata dagli Stati Uniti per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente Sheikh Mohamed bin Zayed, ha confermato l’orientamento di Abu Dhabi in un evento online organizzato dal Council on Foreign Relations, precisando però che nessun accordo formale è stato ancora raggiunto e che i colloqui sono ancora in corso. La dichiarazione arriva in un momento in cui Washington sta cercando di costruire una coalizione di paesi disposti a schierare navi da guerra per scortare petroliere attraverso lo stretto.
La posta in gioco nello Stretto di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz è il punto di transito di circa un quinto del petrolio mondiale: bloccare o rallentare il traffico in quella rotta significa colpire direttamente le forniture energetiche globali. L’Iran ha usato ripetutamente la minaccia di chiusura dello stretto come leva geopolitica, e negli ultimi mesi le tensioni si sono intensificate in parallelo con l’escalation del conflitto tra Israele e Teheran. Per gli Emirati, la questione non è solo strategica in senso militare: Dubai è uno degli hub commerciali e logistici più attivi del mondo, e qualsiasi perturbazione alle rotte del Golfo ha effetti diretti sul suo porto, sul suo commercio e sulla sua economia.
Gargash ha inquadrato la posizione emiratina in termini di responsabilità collettiva: “Abbiamo tutti la responsabilità di garantire il flusso del commercio e il flusso di energia”. Una formulazione che evita esplicitamente la narrativa dello scontro, ma che segnala una disponibilità concreta a partecipare a meccanismi di sicurezza multilaterali. Per gli investitori e gli operatori commerciali con base a Dubai, questo posizionamento conferma la volontà di Abu Dhabi di proteggere le condizioni di stabilità che rendono gli Emirati un punto di riferimento per il business regionale.
La questione iraniana dopo il conflitto
Oltre alla sicurezza della navigazione nell’immediato, Gargash ha affrontato il tema del dopoguerra con l’Iran. Secondo il consigliere, una volta terminato il conflitto con Israele, sarà necessario costruire un quadro che impedisca a Teheran di usare i propri programmi nucleare, missilistico e di droni come strumento di pressione nella regione. Si tratta di una posizione che riflette la preoccupazione diffusa tra i paesi del Golfo per il rafforzamento della capacità militare iraniana negli ultimi anni.
La prospettiva emiratina è quella di un ordine regionale in cui le controversie vengano gestite senza ricorrere alla minaccia militare. Abu Dhabi ha mantenuto canali diplomatici aperti con Teheran anche durante le fasi più tese, ma la disponibilità a partecipare a una coalizione navale guidata dagli USA indica che questo equilibrio ha dei limiti precisi, legati alla protezione delle rotte commerciali e alla sicurezza energetica.
Implicazioni per chi opera nella regione
Per imprenditori e investitori italiani presenti negli Emirati, il quadro che emerge è quello di un paese che gestisce attivamente la propria esposizione al rischio geopolitico, senza isolarsi ma cercando di ancorare la propria sicurezza a meccanismi multilaterali. La partecipazione a un’eventuale operazione di scorta navale nel Golfo rafforzerebbe la posizione di Dubai come polo logistico affidabile, a patto che le tensioni non degenerino ulteriormente.
Il fatto che i colloqui siano ancora aperti e nessun impegno formale sia stato preso suggerisce che Abu Dhabi stia valutando con cautela costi e benefici di un coinvolgimento diretto. I prossimi sviluppi diplomatici tra Washington, Teheran e i paesi del Golfo determineranno se e in che forma questa disponibilità si tradurrà in azione concreta.
