Stretto di Hormuz, riapertura difficile senza cessate il fuoco con l’Iran

A tre settimane dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani sull’Iran, lo Stretto di Hormuz resta di fatto sotto controllo iraniano. Il traffico commerciale si è ridotto a pochi transiti sporadici, avvenuti lungo la costa iraniana — segno che il passaggio dipende dal consenso di Teheran, non dalla protezione navale esterna. Il greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile, con un rialzo di circa il 40% dall’inizio del conflitto. Carburante, diesel e cherosene scarseggiano dall’Asia all’Europa. La proposta americana di una coalizione navale multinazionale per scortare le navi commerciali non ha trovato sponda tra gli alleati.

Gli alleati frenano sull’opzione militare

Washington ha chiesto a partner europei e asiatici di inviare navi da guerra per presidiare lo stretto insieme alla flotta americana già dispiegata nella regione. La risposta è stata tiepida. Berlino, Tokyo, Seoul e Canberra hanno sollevato dubbi sull’efficacia concreta di un intervento: il contributo aggiuntivo sarebbe limitato rispetto alla già consistente presenza navale statunitense, e comunque insufficiente a sbloccare i flussi commerciali in modo significativo.

Martedì Trump ha risposto sui social media sostenendo che gli Stati Uniti non hanno più bisogno di assistenza esterna, senza tuttavia citare esplicitamente Hormuz. Il premier britannico Keir Starmer ha dichiarato che il Regno Unito non intende essere trascinato nel conflitto, definendo la riapertura dello stretto “tutt’altro che semplice”. Il presidente francese Emmanuel Macron ha precisato che Parigi non parteciperà ad operazioni nell’attuale contesto, ma si è detto disponibile a lavorare a un sistema di scorte “quando la situazione sarà più calma”.

Il parallelo con il Mar Rosso è immediato: le milizie Houthi hanno paralizzato il traffico nello Stretto di Bab al-Mandeb con tattiche analoghe — mine, droni, missili — nonostante i bombardamenti condotti da USA e Regno Unito. Secondo gli analisti, la lezione è chiara: pochi ordigni bastano a tenere lontane le navi commerciali, indipendentemente dalla forza navale schierata in zona.

La geometria dello stretto e i limiti della protezione

Hormuz è largo appena 48 chilometri nel punto più stretto, con corsie di navigazione che rientrano ampiamente nel raggio d’azione di missili, droni e motovedette veloci. Scortare ogni singola nave commerciale richiederebbe risorse enormi: ogni unità da guerra può proteggere solo le navi che si trovano entro il suo perimetro difensivo, limitando il numero di convogli gestibili simultaneamente.

Le assicurazioni marittime e i finanziatori delle spedizioni rimangono cauti: l’esposizione alle sanzioni e il rischio di attacco rendono questi viaggi difficilmente assicurabili o finanziabili. Arabia Saudita e UAE stanno dirottando parte delle forniture petrolifere attraverso oleodotti terrestri, ma la capacità disponibile non compensa i volumi che normalmente transitano via mare.

Anche un cessate il fuoco potrebbe non essere sufficiente. L’Iran potrebbe continuare ad alimentare una minaccia implicita allo shipping come leva negoziale, senza necessità di chiudere formalmente lo stretto. Secondo Torbjorn Soltvedt di Verisk Maplecroft, bastano attacchi intermittenti per rendere la rotta troppo rischiosa per il traffico commerciale ordinario.

Le implicazioni per gli operatori del Golfo

Per chi opera negli Emirati, il quadro ha ricadute concrete e immediate. Dubai è uno dei principali hub di re-export e trading di commodity della regione: l’interruzione dei flussi via Hormuz comprime i margini della logistica marittima e altera le catene di approvvigionamento verso i mercati asiatici. L’impennata del greggio sopra i 100 dollari al barile incide sui costi operativi di trasporto e manifattura, mentre la contrazione dell’offerta di carburanti avio può penalizzare il settore dell’aviazione, pilastro dell’economia emiratina.

Gli investitori attivi nell’area MENA devono mettere in conto una volatilità prolungata sui mercati energetici. La normalizzazione dei transiti attraverso Hormuz richiede, come minimo, un accordo politico con Teheran — obiettivo che, nella fase attuale del conflitto, appare lontano da qualsiasi orizzonte definito.

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