La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, in risposta agli attacchi aerei statunitensi e israeliani, ha rimescolato le carte sui tavoli delle principali banche centrali dell’Asia orientale e degli Stati Uniti. Il greggio Dubai ha superato i 100 dollari al barile, i prezzi del gas naturale sono quasi raddoppiati. Bloomberg Economics stima che, nello scenario peggiore, il greggio di riferimento mediorientale potrebbe raggiungere i 170 dollari nel secondo trimestre. Il problema strutturale va oltre la speculazione: i danni agli impianti di produzione energetica nella regione richiedono mesi per essere riparati, il che significa che la perturbazione all’offerta sopravviverà alla fine del blocco navale.
Fed: meno esposta, ma non senza pressioni
Gli Stati Uniti partono da una posizione relativamente avvantaggiata. Dall’esplodere della rivoluzione dello shale, il paese è diventato sostanzialmente autosufficiente sul petrolio ed è il principale esportatore mondiale di gas naturale dal 2022. L’aumento dei prezzi energetici penalizza i consumatori ma avvantaggia le compagnie del settore, con un effetto di parziale compensazione. Secondo Bloomberg Economics, se il greggio Dubai toccasse i 110 dollari al barile, l’impatto sulla crescita statunitense sarebbe circa un quarto di quello stimato per Europa e Regno Unito.
Ciononostante, la Federal Reserve si trova in una posizione scomoda. L’inflazione risale, la crescita rallenta e il presidente Trump esercita pressioni pubbliche — anche per vie legali — affinché i tassi vengano tagliati. Il vero rischio non è la pressione politica in sé, ma l’erosione della credibilità: se la Fed cedesse e l’inflazione si radicalizzasse nelle aspettative, il costo del ripristino della fiducia sarebbe ben più alto di quello di mantenerla. Lo ricordava già Paul Volcker negli anni Ottanta, quando fu necessario portare i tassi al 19% per riportare la stabilità dei prezzi.
Banca del Giappone: normalizzazione senza precedenti storici recenti
La Banca del Giappone si trova in una condizione diversa da tutte le altre. Il governatore Kazuo Ueda ha chiuso l’era dei tassi negativi nell’aprile 2023, portando il tasso di riferimento allo 0,75%, e ha abbandonato il controllo sulla curva dei rendimenti. L’accelerazione inflazionistica legata al caro energia potrebbe spingere verso ulteriori rialzi, e Ueda ha esplicitamente lasciato aperta questa possibilità qualora il rallentamento economico risultasse temporaneo.
Il problema è che il Giappone non ha una mappa. Dopo trent’anni di tassi negativi, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie con ingenti posizioni in titoli di Stato potrebbero subire effetti difficili da quantificare. L’interazione tra normalizzazione monetaria e shock stagflazionistico crea una combinazione che nessun modello ha potuto testare sull’economia giapponese contemporanea.
Banca di Corea: nuovo governatore, scenario in deterioramento
La Banca di Corea si appresta a cambiare guida. Il presidente Lee Jae Myung ha nominato Shin Hyun-song, già consigliere economico e responsabile della ricerca presso la Banca dei Regolamenti Internazionali, come prossimo governatore. Shin è considerato un “falco pragmatico”: ha storicamente messo in guardia contro i rischi del debito delle famiglie e dei bassi tassi prolungati, ma distingue tra inflazione da domanda e inflazione da offerta, modulando la risposta in base alla natura dello shock.
Il quadro che troverà è già definito nei suoi contorni. Le misure governative — tetto ai prezzi dei carburanti, tagli alle accise, blocco delle tariffe pubbliche — hanno tenuto l’inflazione al consumo al 2,2% a marzo, ma si tratta di argini temporanei. Se il blocco di Hormuz persiste e i ritardi nella riparazione degli impianti si accumulano, l’inflazione potrebbe avvicinarsi al 3% entro maggio o giugno. Sul fronte della crescita, il traino dei semiconduttori sta riducendo l’output gap verso lo zero, indebolendo le giustificazioni per una politica accomodante.
Il nodo è la velocità di eventuali rialzi. La Corea del Sud ha il più alto rapporto debito delle famiglie sul PIL tra i tre paesi analizzati. Un inasprimento troppo rapido rischia di soffocare la ripresa; uno troppo lento alimenta inflazione importata e pressione al ribasso sul won. Il differenziale di tasso con gli Stati Uniti rimane un fattore di monitoraggio costante, con potenziali deflussi di capitale in caso di ulteriore allargamento.
Le tre banche centrali condividono lo stesso dilemma di fondo — alzare per contenere i prezzi o abbassare per sostenere la crescita — ma lo affrontano con strumenti, storie e vulnerabilità molto diversi. La durata del conflitto in Medio Oriente, più che la sua intensità, determinerà quanto a lungo queste scelte potranno essere rinviate.
