I colloqui tra Parigi e Abu Dhabi sul cofinanziamento della variante F5 del caccia Rafale si sono conclusi senza accordo. La Francia sperava in un contributo emiratino di circa 3,5 miliardi di euro per lo sviluppo del nuovo standard. In cambio, gli Emirati Arabi Uniti chiedevano accesso a tecnologie sensibili e trasferimento di know-how. Parigi ha rifiutato. Secondo il quotidiano economico francese La Tribune, il presidente Macron ha dovuto incassare le critiche dirette dello sceicco Mohammed bin Zayed, irritato dalle proposte francesi. Il ministero della Difesa dovrà ora procedere in autonomia, con implicazioni sui tempi e sull’ambizione del programma.
Il nodo tecnologico che ha bloccato l’intesa
La Francia è uno dei principali fornitori di armamenti agli Emirati: il rapporto include 80 caccia Rafale per circa 16 miliardi di euro, corvette e sistemi d’arma avanzati. Nonostante questo legame consolidato, il vigente accordo di difesa bilaterale non ha offerto garanzie sufficienti ad Abu Dhabi per giustificare un investimento di quella portata senza contropartite tecnologiche concrete.
La posizione francese non è isolata. India ha recentemente ottenuto una risposta analoga: Parigi ha negato a New Delhi l’accesso ai codici sorgente del Rafale, impedendo modifiche autonome ai sistemi di guerra elettronica. Le restrizioni riguardano in particolare il radar AESA RBE2, l’unità di elaborazione dati MDPU e la suite Spectra per la guerra elettromagnetica. L’India — che nel 2016 ha acquistato 36 Rafale per 7,87 miliardi di euro e nel febbraio 2026 ha approvato l’acquisto di ulteriori 114 velivoli per circa 34 miliardi — rimane dipendente dall’autorizzazione francese per qualsiasi modifica ai sistemi di missione.
La linea di Parigi è coerente: il Rafale è uno strumento di potenza industriale e strategica, e la condivisione delle tecnologie più sensibili resta un limite non negoziabile, indipendentemente dal valore commerciale dei contratti.
Tempi a rischio per il programma F5
Lo sviluppo del Rafale F5 è il più ambizioso mai pianificato per questa piattaforma. Il programma prevede la cooperazione con un drone da combattimento derivato dal progetto Neuron, capacità offensive di guerra elettronica, armi stand-off avanzate e il missile nucleare di quarta generazione ASN4G, basato su tecnologia scramjet. A queste si aggiungono nuovi sistemi di sensori e reti che puntano a preparare la transizione verso i caccia di sesta generazione.
Senza il contributo emiratino, la prassi consolidata nel settore della difesa prevede di distribuire i costi su un arco temporale più lungo. Il risultato pratico sarebbe un ritardo nell’introduzione del F5 e, probabilmente, uno sviluppo per fasi successive, indicate come “F5.x”. Chi aveva definito il contributo UAE come la differenza “tra un super Rafale e un Rafale semplicemente buono” aveva probabilmente sottovalutato quanto quella distinzione potesse pesare sul calendario.
Il contesto finanziario complica ulteriormente le prospettive. La legge di programmazione militare 2024-2030 stanzia 413,3 miliardi di euro per le forze armate, il 40% in più rispetto al ciclo precedente. Un disegno di legge per un ulteriore incremento di 36 miliardi è in corso di esame all’Assemblea nazionale. Tuttavia, con un budget difesa atteso a 57,1 miliardi nel 2026, la Francia resta distante dalla Germania (oltre 108 miliardi tra bilancio ordinario e fondo speciale) e dal Regno Unito (circa 91 miliardi). A questo si aggiunge il programma per la portaerei “France Libre”, anch’esso ad alto assorbimento di risorse.
Il quadro europeo della difesa sotto pressione
Il fallimento dei negoziati con Abu Dhabi si inserisce in un momento di difficoltà più ampio per la cooperazione industriale nel settore aeronautico-militare europeo. Il programma FCAS — il caccia di sesta generazione sviluppato in consorzio da Francia, Germania e Spagna — attraversa una fase di stallo, con tensioni ricorrenti tra i partner su governance industriale e ripartizione delle competenze tecnologiche.
La Francia dovrà dunque calibrare le proprie ambizioni in materia di difesa su risorse proprie, senza i margini che un partenariato finanziario con Abu Dhabi avrebbe garantito. Le scelte dei prossimi mesi sulla pianificazione del F5 daranno la misura concreta di quanto questo cambio di scenario pesa sulla strategia industriale di Dassault e sul posizionamento di Parigi nell’export militare globale.
