Cinque settimane dopo l’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, gli Emirati Arabi Uniti sono il paese arabo più colpito dalle offensive iraniane. Dal 28 febbraio, i sistemi di difesa aerea emiratini hanno abbattuto oltre 519 missili balistici e 2.210 droni. Tredici le vittime, quasi tutte lavoratori stranieri. Il governo di Abu Dhabi mantiene una postura di non belligeranza, assorbendo gli attacchi senza rispondere direttamente, ma i costi economici si stanno accumulando a un ritmo che gli stessi funzionari considerano insostenibile oltre le prossime settimane.
Un’economia in fermo tecnico
L’impatto più pesante non viene dai missili intercettati, ma dall’effetto cumulativo delle ostilità sul sistema economico emiratino. L’aeroporto di Dubai, normalmente il più trafficato al mondo per i voli internazionali, opera ben al di sotto della capacità: la flotta di A380 di Emirates è a terra non per ragioni di sicurezza, ma perché la domanda di biglietti è crollata. Le compagnie del Golfo volano a circa metà dei livelli abituali di passeggeri.
Gli alberghi registrano tassi di occupazione minimi. I servizi di trasporto urbano segnalano volumi ridotti. Nel settore turistico e dell’ospitalità si contano già centinaia di migliaia di licenziamenti e tagli salariali, che colpiscono principalmente lavoratori provenienti da India, Africa e Asia orientale, privi di reti di protezione sociale.
Il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha fermato il traffico marittimo: le navi da crociera sono ormeggiate con equipaggi ridotti, e il porto container di Jebel Ali — uno dei principali snodi commerciali mondiali — appare quasi deserto. Il governo ha comunicato riserve alimentari nazionali per sei mesi e capacità di intercettazione missilistica per un periodo non specificato, ma funzionari emiratini hanno ammesso in privato che altri quattro settimane di guerra a questa intensità causerebbero danni economici duraturi.
La scelta di non rispondere e la partita diplomatica
Abu Dhabi ha scelto deliberatamente di non ritorsione diretta, nonostante la pressione militare crescente. La ministra di Stato per la Cooperazione Internazionale, Reem Al Hashimy, ha ribadito la settimana scorsa che “la soluzione militare porterà solo a ulteriori crisi” e ha indicato nel ritorno al tavolo negoziale l’unica via percorribile.
Il consigliere diplomatico del presidente Sheikh Mohamed bin Zayed, Anwar Gargash, ha tuttavia aperto a una partecipazione indiretta: gli Emirati si dichiarano disponibili a unirsi a qualsiasi operazione guidata dagli Stati Uniti o da una coalizione internazionale per riaprire lo Stretto di Hormuz. “Siamo pronti a fare la nostra parte”, ha dichiarato Gargash sabato, sottolineando l’importanza strategica del corridoio marittimo per il commercio globale.
Gargash ha anche rilevato un paradosso: gli attacchi iraniani hanno avvicinato i paesi del Golfo a Israele e agli Stati Uniti, dai quali dipendono per le munizioni dei sistemi di difesa aerea. La condotta militare di Teheran, ha osservato, replica schemi già visti nella storia recente mediorientale: “Distruzione venduta come vittoria. Queste narrazioni non reggono più.”
Il conto che si avvicina
La posizione emiratina ha una logica precisa: entrare attivamente nel conflitto trasformerebbe gli Emirati da vittima a belligerante, moltiplicando l’esposizione al rischio. Con forze armate di circa 70.000 effettivi e un’aeronautica moderna ma non dimensionata per operazioni offensive prolungate, Abu Dhabi sa che la sua sicurezza dipende dall’ombrello americano più che dalla propria capacità di fuoco.
Il nodo rimane aperto: quanto a lungo un paese che ha costruito il proprio modello su connettività, commercio e turismo può reggere un isolamento forzato dai mercati globali. La risposta, secondo le valutazioni interne, si misura in settimane, non in mesi.
