Guerra Iran-USA: Goldman Sachs stima cali del PIL fino al 14% per Qatar e Kuwait

A oltre cinque settimane dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, le economie del Golfo registrano danni estesi su infrastrutture energetiche, porti, aeroporti e centri commerciali. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto le esportazioni di petrolio e gas dei sei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Le Nazioni Unite stimano danni diretti superiori a 200 miliardi di dollari, cifra che non include le perdite di fatturato petrolifero né il deterioramento del clima per turismo e affari. Nessuna grande agenzia di rating ha finora abbassato il debito sovrano dei paesi GCC, ma i mercati finanziari stanno già incorporando un premio al rischio destinato a persistere.

Le stime di Goldman Sachs sui PIL regionali

Goldman Sachs ha quantificato l’impatto del conflitto sulle principali economie del Golfo, ipotizzando uno scenario in cui le ostilità si prolunghino fino a fine aprile. Qatar e Kuwait, che esportano la totalità del proprio petrolio e gas attraverso Hormuz, potrebbero subire contrazioni del PIL fino al 14%. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti — le due economie più grandi della regione — registrerebbero cali rispettivamente del 3% e del 5%, potendo contare su capacità esportative residue attraverso i terminal di Yanbu e Fujairah, collegati via pipeline.

Le perdite economiche complessive potrebbero superare quelle registrate durante la pandemia di Covid-19, con pressioni che interessano sia le esportazioni energetiche sia l’attività non petrolifera. Al danno immediato si aggiunge uno shock secondario sui costi di finanziamento: un incremento di circa 50 punti base sul rendimento dei Treasury USA a 10 anni — parametro di riferimento per il debito GCC — combinato con il premio al rischio geopolitico, spingerà verso l’alto i costi del capitale per emissioni sovrane, banche, imprese e project finance. Poiché le valute GCC sono ancorate al dollaro, gli spazi di manovra per la politica monetaria restano minimi e l’aggiustamento macroeconomico ricade sui mercati degli asset: i titoli azionari del settore immobiliare hanno perso oltre il 35% rispetto ai massimi pre-guerra.

Dubai: turismo, aviazione e mercato immobiliare sotto pressione

Dubai non è quotata in borsa, ma i segnali di stress sono leggibili attraverso indicatori settoriali. Il comparto aviation — che pesa circa il 27% del PIL dell’emirato — risente dell’aumento del costo del carburante e del calo degli arrivi internazionali. Attacchi con droni e missili hanno innescato un’uscita di investitori ad alto patrimonio netto da Dubai e Abu Dhabi, anche se i sistemi di difesa aerea degli Emirati e la gestione della crisi hanno contribuito a contenere il deterioramento della percezione di sicurezza pubblica.

Sul mercato immobiliare, i volumi di transazione avevano raggiunto 187 miliardi di dollari nel 2025, con le vendite sulla carta (off-plan) a rappresentare i due terzi del totale. Le proiezioni per il 2026 indicano un possibile crollo a 40 miliardi di dollari in assenza di quella componente. I developer emiratini, che hanno raccolto 6 miliardi di dollari sui mercati di capitali internazionali, si trovano ora in una posizione vulnerabile: le vendite pre-costruzione — tradizionale fonte di finanziamento — si sono contratte proprio mentre i debiti sono in scadenza, configurando una pressione creditizia significativa. Le banche del Golfo, pur ben capitalizzate, mantengono esposizioni al settore immobiliare tra il 15% e il 25%, una concentrazione che diventa rischiosa in un contesto di credito più costoso.

Il rischio Bahrain e le implicazioni per i centri finanziari

Bahrain si trova nella posizione più fragile. Le infrastrutture energetiche dell’isola hanno subito danni diretti, le esportazioni di prodotti raffinati sono bloccate e Fitch aveva già abbassato il rating del debito sovrano prima dell’inizio del conflitto per ragioni di finanza pubblica. Ulteriori declassamenti non sono esclusi. Più in generale, il rischio geopolitico legato all’Iran pesa sull’attrattività di tutta la regione come hub finanziario internazionale.

Un paradosso emerge sul fronte energetico globale: il rialzo del greggio e del gas naturale liquefatto non avvantaggia i paesi del Golfo, perché aumenta il rischio di recessione mondiale e accelera le strategie di diversificazione degli acquirenti asiatici verso fonti alternative al Medio Oriente. Un premio al rischio elevato sugli asset GCC appare, in questo quadro, una costante con cui operatori e investitori dovranno fare i conti nel medio termine.

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