Gli Emirati Arabi Uniti stanno lavorando a un’operazione militare congiunta con gli Stati Uniti per riaprire lo Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dall’Iran dopo l’inizio del conflitto con Washington e Tel Aviv. Abu Dhabi ha avanzato la proposta di una risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizzi l’uso della forza, con il Bahrain come Paese sponsor del testo. La mossa segnerebbe l’ingresso degli Emirati nel conflitto aperto contro Teheran, rendendoli il primo Stato del Golfo Persico a compiere questo passo. Nel frattempo, l’Iran ha intensificato gli attacchi contro il territorio emiratino, incluse le aree intorno all’aeroporto internazionale di Dubai.
La proposta al Consiglio di Sicurezza ONU
La risoluzione, il cui voto era atteso per giovedì secondo il Wall Street Journal, punta a ottenere un mandato internazionale per un’operazione navale che liberi lo Stretto dalle restrizioni imposte da Teheran. Abu Dhabi starebbe coinvolgendo anche potenze europee e asiatiche per formare una coalizione più ampia. Tra le richieste avanzate dagli Emirati figura anche l’occupazione statunitense di alcune isole strategiche vicine allo Stretto, tra cui Abu Musa, che Abu Dhabi rivendica ma che si trova sotto controllo iraniano dal 1971. La risoluzione, tuttavia, sarà quasi certamente bloccata dal veto di Russia e Cina, entrambe alleate di Teheran e membri permanenti del Consiglio.
Lo Stretto di Hormuz è una via d’acqua attraverso cui transita circa il 20% dell’offerta globale di petrolio. Iran ha di fatto imposto un regime selettivo di controllo, escludendo le navi dei Paesi che considera nemici. Martedì, Teheran ha inoltre approvato una legge che impone un pedaggio fino a due milioni di dollari per ogni nave in transito. La misura ha contribuito a spingere ulteriormente verso l’alto i prezzi del greggio, aumentando la pressione su Washington. Il presidente Trump ha più volte chiesto ai suoi alleati di contribuire militarmente alla riapertura della rotta, ma diversi Paesi restano cauti di fronte al rischio concreto di mine e droni iraniani.
Dubai sotto attacco, turismo e traffico aereo in calo
La disponibilità emiratina a partecipare alle operazioni ha prodotto una risposta immediata da parte di Teheran. Solo nella giornata di martedì, l’Iran ha lanciato circa cinquanta tra missili balistici, missili da crociera e droni contro il territorio degli Emirati. Un episodio ha causato almeno quattro feriti a Dubai, colpiti da detriti caduti su un’abitazione dopo l’intercettazione di un ordigno. Gli attacchi ripetuti nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale di Dubai, uno degli scali con il maggiore traffico passeggeri al mondo, hanno già prodotto effetti concreti sul traffico aereo e sui flussi turistici verso il Paese.
L’aeroporto di Dubai gestisce normalmente oltre novanta milioni di passeggeri l’anno ed è un nodo centrale per le connessioni intercontinentali. Qualsiasi perturbazione prolungata avrebbe ricadute significative non solo sull’economia emiratina, ma anche sulle rotte di transito globali. Abu Dhabi si è comunque dichiarata disposta ad assorbire questo rischio pur di ottenere un cambio di scenario nello Stretto.
Il contesto regionale e le implicazioni per il commercio
Il Bahrain, che ospita la Quinta Flotta degli Stati Uniti, è il co-promotore della risoluzione ONU, segnalando un allineamento crescente tra i Paesi del Golfo a guida sunnita e Washington in chiave anti-iraniana. La possibilità che il blocco russo-cinese in sede ONU vanifichi il percorso diplomatico spinge verso scenari di azione autonoma o in formato coalizione ristretta, al di fuori di un mandato onusiano formale. In assenza di una risoluzione, la questione della legittimità giuridica di qualsiasi operazione navale rimarrebbe aperta. I mercati energetici e le compagnie di navigazione globali restano in attesa di sviluppi, con i premi assicurativi per le rotte del Golfo già in netto aumento nelle ultime settimane.
