Il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di autorizzare l’uso della forza per riaprire lo Stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran in risposta ai raid condotti da Stati Uniti e Israele. La richiesta è arrivata giovedì durante la prima sessione del Consiglio di Sicurezza dedicata alla cooperazione con il GCC, tenutasi a New York. Circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale transita per quello stretto. Il blocco ha già provocato un aumento dei prezzi energetici e sta colpendo le forniture globali di fertilizzanti e GNL.
La posizione del GCC e la proposta di Bahrein
Il segretario generale del GCC, Jassem al-Budaiwi, ha dichiarato che l’Iran ha impedito il transito delle navi commerciali e delle petroliere, imponendo condizioni ad alcune imbarcazioni per consentirne il passaggio. “Chiediamo al Consiglio di Sicurezza di assumersi la piena responsabilità e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere le rotte marittime e garantire la sicurezza della navigazione internazionale”, ha detto al-Budaiwi davanti al Consiglio.
Il Bahrein ha presentato una bozza di risoluzione che autorizzerebbe gli Stati a ricorrere a “tutte le misure necessarie” per garantire la libera navigazione nello Stretto. Si tratta della quinta versione del testo, distribuita giovedì agli Stati membri dopo una serie di revisioni che non hanno ancora trovato una convergenza sufficiente. Per essere approvata, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza richiede almeno nove voti favorevoli e nessun veto da parte dei cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia.
Le divisioni al Consiglio di Sicurezza
Secondo fonti diplomatiche, Russia, Cina e Francia hanno espresso obiezioni significative al testo, nonostante le modifiche successive. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “irrealistica” un’operazione militare per riaprire lo Stretto. La posizione di Parigi segnala una frattura all’interno del fronte occidentale: il Regno Unito, al contrario, ha assunto una posizione più decisa.
Il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper ha accusato l’Iran di tenere “in ostaggio l’economia globale” durante un vertice a cui hanno partecipato rappresentanti di oltre 40 nazioni. Cooper ha parlato di “determinazione internazionale” nel voler riaprire la via d’acqua, senza tuttavia specificare quali strumenti concreti il gruppo intenda mettere in campo oltre alla pressione diplomatica. La riunione ha confermato l’isolamento crescente dell’Iran sul piano multilaterale, ma anche la difficoltà di tradurre il consenso politico in un mandato operativo.
Le implicazioni economiche per i mercati energetici
Lo Stretto di Hormuz è il punto di transito obbligato per le esportazioni petrolifere di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e Iran stesso. Un blocco prolungato non ha precedenti nell’era moderna e mette sotto pressione sia i mercati spot del greggio sia i contratti a termine sul GNL, con effetti a catena su industria e trasporti a livello globale.
Per Dubai e gli Emirati Arabi Uniti, le implicazioni sono dirette: il porto di Jebel Ali, tra i più trafficati al mondo, dipende dalla libertà di navigazione nel Golfo Persico. Una chiusura prolungata dello Stretto inciderebbe sulle catene logistiche regionali e sulle rotte di import-export che transitano dagli EAU verso Asia, Europa e Africa.
L’esito del negoziato in sede ONU resta aperto. Con Russia e Cina orientate al veto e la Francia in posizione attendista, la via diplomatica appare lunga. Nel frattempo, i costi del blocco continuano ad accumularsi per l’intera economia mondiale.
