Le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno arrestato decine di cambiavalute collegati a entità finanziarie legate ai Guardiani della Rivoluzione iraniani, chiuso le società associate e sigillato gli uffici. Lo riferiscono fonti citate da Iran International. L’operazione si inserisce in un contesto di crescenti tensioni regionali e segue altre misure contro cittadini iraniani, tra cui la revoca di visti e restrizioni ai transiti attraverso Dubai. Per decenni, l’emirato ha rappresentato il principale canale finanziario offshore di Teheran, dove proventi petroliferi e conversioni di rial venivano trasformati in dollari, dirham ed euro al di fuori del sistema bancario iraniano, paralizzato dalle sanzioni.
Il nodo Dubai nell’architettura delle sanzioni iraniane
Secondo Miad Maleki, ex stratega delle sanzioni al Dipartimento del Tesoro statunitense e attualmente senior fellow alla Foundation for Defense of Democracies, gli Emirati non sono semplicemente uno dei tanti centri di elusione delle sanzioni. “Gli UAE sono la giurisdizione più critica nell’architettura di elusione delle sanzioni del regime iraniano”, ha dichiarato Maleki a Iran International.
Le case di cambio di Dubai hanno garantito ai Pasdaran e alla Forza Quds l’accesso alla valuta forte necessaria per finanziare gruppi proxy come Hezbollah, Hamas, gli Houthi e le milizie irachene. Le reti costruite dai cambiavalute di fiducia legati ai Pasdaran — i cosiddetti sarraf — non si ricostituiscono rapidamente. “Queste relazioni basate sulla fiducia, i conti bancari e le strutture societarie non sono facilmente sostituibili”, ha spiegato Maleki, aggiungendo che anche gli operatori non colpiti dall’operazione tenderanno d’ora in poi a evitare transazioni legate all’Iran, aumentando costi e rischi.
Mohammad Machine-Chian, giornalista economico senior di Iran International, stima che il commercio bilaterale tra Iran ed Emirati abbia oscillato tra 16 e 28 miliardi di dollari negli ultimi anni, con le esportazioni non petrolifere iraniane attestate tra 6 e 7 miliardi di dollari annui. Le zone franche di Dubai ospitano centinaia di società-schermo legate all’Iran, usate per mascherare vendite di greggio e petrolchimici, riciclare proventi e far rientrare valuta pregiata a Teheran. “Dubai è la lavatrice: i proventi del petrolio iraniano e le conversioni di rial entrano, escono transazioni in dirham e dollari ripuliti”, ha sintetizzato Maleki.
La rottura con i Paesi del Golfo
Oltre al danno finanziario, gli analisti leggono nell’operazione un segnale politico più ampio. Jason Brodsky di United Against Nuclear Iran sostiene che gli attacchi iraniani contro i Paesi vicini abbiano modificato l’equilibrio strategico nella regione, allontanando i Paesi del Golfo da qualsiasi propensione al dialogo e avvicinandoli invece a Washington e a Israele. “La relazione tra Iran e i Paesi del GCC non tornerà a com’era prima”, ha dichiarato Brodsky.
Tehran aveva puntato per anni a circondare Israele tramite una rete di milizie proxy. Il risultato, secondo Brodsky, è stato inverso: l’Iran si è progressivamente isolato dai propri vicini, aprendo spazio a una più stretta cooperazione in materia di sicurezza tra i Paesi del Golfo, gli Stati Uniti e Israele — con potenziali sviluppi anche sul fronte degli Accordi di Abramo.
Pressioni interne sempre più acute
Le difficoltà esterne si sommano a una crisi economica interna già grave. Le riserve valutarie iraniane, stimate intorno a 120 miliardi di dollari nel 2018, erano scese sotto i 9 miliardi entro il 2020. Fonti citate da Iran International riferiscono che il presidente Masoud Pezeshkian avrebbe avvertito alti funzionari che, senza un cessate il fuoco, l’economia potrebbe andare incontro al collasso nel giro di settimane. Nelle principali città gli sportelli bancomat scarseggiano di contante, i servizi bancari registrano interruzioni e i dipendenti pubblici denunciano mesi di stipendi arretrati.
Con un’inflazione sui beni essenziali già superiore al 100 per cento prima dell’escalation militare, la perdita progressiva del canale finanziario di Dubai rischia di aggravare ulteriormente la situazione del regime. Gli arresti negli Emirati non sono una perturbazione isolata: segnalano che una delle principali valvole di sfogo esterne di Teheran sta riducendo la propria portata.
