Gli Emirati Arabi Uniti starebbero valutando un coinvolgimento attivo nelle operazioni per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal citando funzionari arabi. Abu Dhabi avrebbe già condotto una valutazione interna delle proprie capacità operative, inclusa la rimozione di mine navali, e starebbe promuovendo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per autorizzare l’uso della forza. Il ministero degli Esteri emiratino ha successivamente smentito la ricostruzione del WSJ, definendo fuorviante qualsiasi interpretazione che segnali un cambiamento nella postura strategica del paese.
La smentita di Abu Dhabi e il contesto diplomatico
In una nota ufficiale diffusa il giorno seguente alla pubblicazione, il ministero degli Esteri degli Emirati ha ribadito che lo stretto “non può essere soggetto a interruzioni o coercizioni da parte di alcuno Stato”, in particolare quando tali azioni minacciano la stabilità economica globale e la sicurezza internazionale. Il governo ha precisato che qualsiasi partecipazione emiratina a operazioni di sicurezza marittima dovrebbe rispettare rigorosamente il diritto internazionale. La dichiarazione ha anche sottolineato che gli Emirati mantengono una postura difensiva orientata alla protezione della propria sovranità e infrastrutture, riservandosi il diritto di autodifesa.
La questione si inserisce in un contesto regionale di crescente pressione su Teheran. Secondo quanto riportato dall’Associated Press, i paesi del Golfo — con UAE e Arabia Saudita in prima fila — avrebbero chiesto al presidente americano Donald Trump di proseguire le operazioni militari contro l’Iran fino alla neutralizzazione della minaccia rappresentata dal regime. Le monarchie del Golfo ritengono che, a quasi un mese dall’avvio della campagna di bombardamenti contro asset militari iraniani, Teheran non sia stata sufficientemente indebolita. Nonostante le iniziali riserve legate alla scarsa preavvertenza ricevuta prima degli attacchi congiunti israelo-americani, i paesi del Golfo sembrano ora favorevoli a intensificare la pressione militare.
Le operazioni in corso e la posizione di Washington
Il 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno avviato le Operazioni Roaring Lion ed Epic Fury con l’obiettivo dichiarato di creare le condizioni per un cambio di regime a Teheran. L’Iran ha risposto con attacchi missilistici balistici contro basi americane nella regione e contro nazioni del Golfo. Dal 28 febbraio, nove soldati israeliani e 22 civili sono stati uccisi, con oltre 6.100 feriti in Israele a seguito degli attacchi missilistici.
Sul fronte diplomatico, Trump e il segretario di Stato Marco Rubio hanno lasciato intendere martedì scorso che il conflitto potrebbe avviarsi verso una conclusione. Trump ha dichiarato ai giornalisti che gli Stati Uniti potrebbero ritirarsi “entro due o tre settimane”, aggiungendo che un accordo diplomatico formale con Teheran non sarebbe necessariamente un prerequisito per la fine delle operazioni. Le dichiarazioni, tuttavia, si inseriscono in un quadro di comunicazioni ufficiali americane non sempre coerenti riguardo alle condizioni e alle tempistiche di uscita dal conflitto.
Lo Stretto di Hormuz come snodo energetico globale
Lo Stretto di Hormuz rappresenta il principale corridoio di transito per le esportazioni petrolifere del Golfo Persico, attraverso cui passa circa il 20% del commercio mondiale di petrolio. Qualsiasi interruzione prolungata avrebbe ripercussioni dirette sui mercati energetici globali, con effetti a cascata su import e prezzi al consumo in Europa, Asia e Nord America. La posizione degli Emirati — principale hub commerciale e finanziario della regione — li rende particolarmente esposti sia ai rischi di una destabilizzazione dello stretto, sia alle conseguenze diplomatiche di un aperto coinvolgimento militare contro l’Iran, con cui Abu Dhabi intrattiene relazioni economiche non marginali.
L’evoluzione della crisi nelle prossime settimane dipenderà in misura significativa dall’esito dei negoziati informali tra Washington e Teheran, e dalla coesione del fronte dei paesi del Golfo nel sostenere — o nel contenere — ulteriori escalation militari.
