La Commissione europea sta esaminando il ricorso a strumenti già utilizzati dopo l’invasione russa dell’Ucraina per contenere i rincari energetici legati al conflitto in Iran. Il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha confermato che tra le opzioni al vaglio figurano tagli obbligatori alla domanda, tetti ai prezzi e tasse sugli extraprofitti dei produttori. I mercati del diesel e del carburante per aerei stanno già registrando tensioni. Secondo Jorgensen, il conflitto ha finora aggiunto 14 miliardi di euro al costo delle importazioni europee di combustibili fossili.
Forniture stabili, ma mercati sotto pressione
Il commissario ha escluso rischi immediati alle forniture di gas e petrolio, ma ha riconosciuto che i mercati dei prodotti raffinati si stanno stringendo. L’Europa importa poco gas direttamente dal Medio Oriente, ma compete sui mercati globali per le forniture alternative. Uno dei nodi più seri riguarda il Qatar: un impianto di liquefazione considerato il più grande al mondo è stato colpito durante il conflitto, e le stime parlano di fino a cinque anni per il ripristino completo. Questo ridimensiona le aspettative di un surplus di GNL che i mercati attendevano nei prossimi anni.
Jorgensen ha convocato una riunione d’emergenza in videoconferenza con i ministri dell’energia degli Stati membri e, in una lettera inviata questa settimana ai governi nazionali, ha chiesto misure concrete per contenere i consumi, con particolare attenzione al settore dei trasporti. Ha anche esortato i paesi a non adottare politiche che riducano i prezzi al consumo, sostenendo che stimolare la domanda in questa fase aggraverebbe la pressione sui mercati internazionali.
Il confronto con il 2022 e le differenze strutturali
La crisi attuale presenta analogie con quella del 2022, ma anche differenze rilevanti. Dopo l’invasione russa, l’UE approvò leggi d’emergenza per ridurre la domanda di gas del 15%, impose un price cap sul gas e introdusse una tassa sugli extraprofitti dei produttori energetici. Gran parte della riduzione dei consumi avvenne però per via indiretta: molte industrie ridussero la produzione in risposta ai prezzi elevati, un rallentamento che il continente non ha ancora completamente superato.
Lo stesso Jorgensen ha sottolineato la differenza: nel 2022 il problema era essenzialmente il gas, mentre oggi l’Europa si trova di fronte a una gamma più ampia di vulnerabilità. Il conflitto in Iran tocca rotte marittime, raffinerie regionali e la catena di approvvigionamento di prodotti petroliferi lavorati, con ricadute che si propagano ben oltre i paesi direttamente coinvolti.
Sul piano geopolitico, la postura americana complica ulteriormente il quadro. Il presidente Trump ha criticato gli alleati europei per il sostegno insufficiente nella guerra contro l’Iran e ha invitato paesi come il Regno Unito a provvedere autonomamente al proprio fabbisogno energetico. Un segnale che riduce la prevedibilità del coordinamento transatlantico in materia energetica.
Le misure legislative in arrivo
La Commissione europea si prepara ad annunciare provvedimenti legislativi nei prossimi giorni. Jorgensen non ha specificato tempi o contenuti esatti, ma il riferimento agli strumenti del 2022 indica che si sta ragionando su interventi strutturati, non su semplici raccomandazioni. La pressione politica interna è crescente: diversi governi europei temono che lo shock energetico in atto in Asia si stia già trasferendo verso ovest attraverso i mercati globali del GNL e dei derivati del petrolio.
“Anche se la pace arrivasse domani, non torneremo alla normalità nel prossimo futuro”, ha detto Jorgensen. Una valutazione che orienta le scelte di policy verso misure strutturali piuttosto che verso risposte contingenti.
