L’oro si mantiene vicino a 4.680 dollari l’oncia dopo che Donald Trump ha dichiarato di attendersi la fine del conflitto tra Stati Uniti e Iran entro due o tre settimane. Il metallo aveva già guadagnato il 3,5% nella seduta precedente. Anche Teheran ha aperto alla possibilità di un cessate il fuoco: il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato, tramite i media statali, che la Repubblica Islamica è pronta a concludere le ostilità se le sue condizioni saranno soddisfatte. I mercati restano in attesa di sviluppi concreti su entrambi i fronti diplomatici e militari.
Un mese di marzo da archiviare
Il rimbalzo degli ultimi tre giorni non cancella un bilancio mensile pesante: a marzo l’oro ha ceduto quasi il 12%, la peggior performance mensile dal 2008. Il conflitto in Medio Oriente, entrato nella quinta settimana, ha generato turbolenze nei mercati globali, comprimendo le forniture energetiche e alimentando timori su un mix di inflazione in risalita e rallentamento della crescita.
Il prezzo dell’argento si è portato a 75,26 dollari con un rialzo marginale dello 0,1%, mentre platino e palladio hanno registrato anch’essi progressi. L’indice Bloomberg sul dollaro è rimasto sostanzialmente invariato dopo aver perso lo 0,6% nella sessione precedente.
Trump ha inoltre indicato che Washington lascerà ad altri paesi la gestione delle questioni legate allo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito del petrolio globale, segnalando una possibile ridefinizione del ruolo militare statunitense nella regione.
La Fed orienta le aspettative
Parallelamente, gli operatori stanno riesaminando le dichiarazioni della Federal Reserve per orientarsi sulla politica monetaria. Il presidente Jerome Powell ha affermato che le aspettative di inflazione a lungo termine restano ancorate, spostando l’attenzione del mercato obbligazionario dall’inflazione all’impatto del conflitto sulla crescita economica.
Secondo Yuxuan Tang, responsabile per l’Asia delle strategie su tassi e valute di JPMorgan Private Bank, “l’appeal dell’oro come bene rifugio tende a riemerge quando la narrativa si sposta dall’inflazione al rischio di crescita”. Tang ha aggiunto di avere “alta convinzione” che la Fed disponga di uno spazio limitato per alzare i tassi in questo ciclo, preferendo concentrarsi sulle condizioni tese del mercato del lavoro.
Il quadro macro rimane quindi ambivalente: da un lato i segnali di de-escalation militare riducono la pressione geopolitica, dall’altro la prospettiva di tassi fermi o in calo supporta strutturalmente il metallo giallo, che non produce rendimenti e risulta favorito in contesti di tassi reali bassi.
Il contesto per gli investitori
Per chi opera a Dubai o considera gli Emirati come hub finanziario, la situazione presenta implicazioni dirette. La prossimità geografica al conflitto e la dipendenza regionale dallo Stretto di Hormuz rendono i mercati del Golfo particolarmente sensibili all’evoluzione diplomatica. Un accordo effettivo ridurrebbe la pressione sulle catene di approvvigionamento energetico e potrebbe allentare la volatilità che ha caratterizzato le ultime settimane.
I segnali di disponibilità di entrambe le parti a trattare aprono uno scenario in cui la volatilità potrebbe ridursi progressivamente, ma gli investitori continuano a mantenere esposizione sull’oro in attesa di conferme concrete sul terreno diplomatico.
