Il blocco del traffico nello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta delle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran, sta producendo effetti sempre più visibili sui mercati energetici fisici. Le misure tampone adottate da Washington — il rilascio di 400 milioni di barili di riserve strategiche e la sospensione temporanea di alcune sanzioni su petrolio russo e iraniano — stanno per esaurirsi. Dirigenti del settore petrolifero e analisti indipendenti concordano che, in assenza di una riapertura dello stretto entro le prossime settimane, i prezzi dell’energia subiranno pressioni difficili da contenere.
Il divario tra prezzi carta e mercato fisico
Il prezzo futures del Brent è salito del 36% dal 27 febbraio, ultimo giorno di contrattazioni prima dell’inizio del conflitto, fino al 27 marzo, quando ha superato i 113 dollari al barile. Nello stesso periodo, il Dubai price — che traccia le consegne fisiche di greggio medio-orientale — è aumentato del 76%, arrivando a 126 dollari. La differenza riflette una distorsione strutturale: i prezzi finanziari incorporano la possibilità di una de-escalation rapida, mentre i prezzi fisici scontano la realtà delle forniture interrotte.
Lo Stretto di Hormuz movimenta in condizioni normali circa il 20% dell’offerta globale di petrolio. Il traffico è attualmente fermo. Una parte del greggio viene reindirizzata attraverso oleodotti alternativi, ma la capacità disponibile è insufficiente a compensare i volumi mancanti. I CEO di Chevron e Shell, intervenuti alla CERAWeek di Houston, hanno descritto perturbazioni che si stanno propagando dall’Asia meridionale verso il Sudest asiatico, il Nordest asiatico e progressivamente l’Europa.
I prezzi futures tendono a scendere ogni volta che la Casa Bianca lascia intendere un’imminente fine delle ostilità. Gli operatori di mercato definiscono questo meccanismo “jawboning”. Secondo Ben Cahill, direttore per i mercati energetici all’Università del Texas ad Austin, la retorica presidenziale sta contenendo la reazione dei mercati finanziari, ma non altera la realtà del mercato fisico.
La scadenza di metà aprile
Il geopolitical strategist Marko Papic di BCA Research stima che il conflitto abbia finora sottratto al mercato globale 4,5-5 milioni di barili al giorno, circa il 5% dell’offerta mondiale. Entro metà aprile, secondo la sua analisi, quel numero raddoppierà: le riserve strategiche si esauriranno e le esenzioni temporanee sulle sanzioni scadranno, senza che vi siano sostituti immediati disponibili.
Il problema non riguarda solo i volumi. I produttori mediorientali, impossibilitati a esportare, hanno dovuto ridurre la produzione per mancanza di stoccaggio. Il CEO di Kuwait Petroleum Corp. ha dichiarato alla stessa conferenza che, una volta terminato il conflitto, il ritorno alla piena capacità produttiva richiederà tre o quattro mesi.
Non solo il petrolio: i prezzi del GNL in Giappone e Corea del Sud sono aumentati del 48%. Il carburante per aviazione è in forte rialzo, insieme a commodity più di nicchia come l’elio. L’insieme di questi rincari alimenta aspettative di inflazione: il rendimento del Treasury decennale americano è salito di circa mezzo punto percentuale dall’inizio della guerra, arrivando al 4,4%.
Le opzioni militari e i mercati
Washington sta valutando ulteriori mosse: un attacco all’isola di Kharg, principale terminal di esportazione petrolifera iraniana, potrebbe privare il regime di entrate decisive e spingerlo ad accettare una riapertura negoziata dello stretto. L’invio di nuove truppe nella regione lascia aperta anche l’ipotesi di un’operazione diretta per ripristinare la navigazione.
I mercati futures scontano ancora scenari relativamente favorevoli, come già accaduto a giugno quando un attacco al programma nucleare iraniano aveva fatto impennare brevemente i prezzi prima di rientrare. Ma la finestra temporale si sta restringendo. Se entro la seconda metà di aprile lo stretto non sarà riaperto, le misure tampone saranno esaurite e i prezzi fisici dell’energia non avranno più argini amministrativi a tenerli fermi.
