Sachs avverte: Dubai e Abu Dhabi esposte se gli Emirati entrano nel conflitto

L’economista americano Jeffrey Sachs ha lanciato un avvertimento diretto agli Emirati Arabi Uniti: un coinvolgimento nel conflitto in corso in Medio Oriente esporrebbe Dubai e Abu Dhabi a rischi concreti, con conseguenze potenzialmente devastanti per un’economia costruita sul turismo, la finanza e gli investimenti esteri. Il monito arriva in un momento in cui la regione resta sotto pressione dopo i mesi di escalation tra Israele, Iran e i loro rispettivi alleati, con gli Emirati che mantengono un allineamento strategico con Washington che Sachs definisce apertamente sbagliato.

Il ragionamento di Sachs

Intervenendo con l’agenzia ANI, Sachs ha usato parole nette: Dubai e Abu Dhabi potrebbero essere colpite se gli Emirati entrassero in guerra. Il punto centrale del suo argomento è strutturale. Le due città non sono centri militari dotati di difese missilistiche avanzate: sono destinazioni turistiche, piazze finanziarie, luoghi costruiti per attrarre capitali e visitatori. Introdurre una simile realtà urbana in una logica di conflitto armato ne negherebbe, secondo Sachs, la ragione d’essere.

L’economista ha descritto la posizione emiratina come un “pasticcio assurdo” in cui il paese è entrato consapevolmente e che continua ad alimentare con scelte di campo sempre più marcate. Il riferimento implicito è all’accordo di Abramo del 2020, con cui gli Emirati hanno normalizzato i rapporti con Israele, e al successivo mantenimento di una linea filo-americana anche durante le fasi più acute della crisi di Gaza. Quella scelta ha portato benefici diplomatici ed economici nel breve periodo, ma ha anche inserito Abu Dhabi in una geometria di alleanze con rischi operativi che, secondo Sachs, vengono sistematicamente sottovalutati.

Il modello economico degli Emirati e la variabile sicurezza

Il modello di sviluppo degli Emirati poggia su pilastri precisi: flussi turistici, investimenti immobiliari, servizi finanziari offshore e logistica internazionale. Dubai ha attratto negli ultimi anni capitali e residenti da Europa, Russia, India e Asia orientale, anche grazie alla percezione di stabilità in un contesto regionale storicamente volatile. È esattamente questa percezione che Sachs mette in discussione.

Un attacco a infrastrutture civili — aeroporti, porti, grattacieli residenziali — non richiederebbe una guerra convenzionale per produrre effetti economici gravi. Basterebbe una singola azione dimostrativa per alterare la propensione di investitori e turisti a considerare Dubai un porto sicuro. Iran e Houthi yemeniti hanno già dimostrato capacità di colpire a distanza obiettivi negli Emirati: nel gennaio 2022 droni Houthi raggiunsero Abu Dhabi, uccidendo tre persone e colpendo un deposito petrolifero.

Il contesto attuale è diverso per intensità rispetto al 2022, ma la logica rimane la stessa: la vulnerabilità geografica degli Emirati non è cambiata, mentre il livello di tensione regionale è aumentato.

Le implicazioni per chi investe e si trasferisce

Per chi considera Dubai come destinazione di investimento o trasferimento, l’avvertimento di Sachs introduce una variabile che va valutata con attenzione, senza drammatizzarla ma senza ignorarla. Gli Emirati continuano a presentare fondamentali solidi: crescita del PIL, assenza di imposta sul reddito personale, infrastrutture di livello internazionale e un quadro normativo che favorisce l’insediamento di imprese straniere.

Tuttavia, le scelte di politica estera di Abu Dhabi non sono neutrali rispetto al rischio paese. La capacità degli Emirati di gestire l’equilibrio tra le alleanze occidentali e i rapporti con l’Iran — con cui condividono le acque del Golfo Persico e interessi commerciali — sarà determinante nei prossimi mesi. Sachs non prevede scenari, ma indica una contraddizione strutturale che i mercati tendono a prezzare solo quando è troppo tardi.

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