Conflitto Iran-Iraq paralizza la logistica del Golfo, forniture a rischio

Il conflitto tra Iran e Iraq ha interrotto in poche settimane le principali rotte commerciali del Golfo Persico. Lo Stretto di Hormuz è di fatto inaccessibile, i porti alternativi sono congestionati e i costi di trasporto aereo e marittimo sono saliti in modo significativo. Ne risentono le forniture alimentari, le importazioni automotive e l’intera catena di approvvigionamento dei megaprogetti regionali. Dalla UAE all’Arabia Saudita, operatori logistici e retailer stanno cercando soluzioni di emergenza che, in molti casi, triplicano i tempi e i costi di consegna. Una ripresa sostanziale non è attesa prima dell’autunno.

Aerei al posto delle navi per i generi alimentari

L’India è storicamente il principale fornitore di prodotti freschi per i mercati di Dubai, Doha e Riyadh. Con le rotte marittime tradizionali compromesse, catene della grande distribuzione come Spinneys e Lulu hanno cominciato a noleggiare aeromobili per garantire continuità negli approvvigionamenti di base. Una soluzione costosa e con capacità limitata, resa necessaria dall’assenza di alternative praticabili nel breve periodo.

Dal fronte europeo sta emergendo una risposta diversa: corridoi terrestri di circa 6.000 chilometri che attraversano fino a nove paesi — tra cui Egitto e Arabia Saudita — prima di raggiungere gli Emirati. I tempi di percorrenza si avvicinano a tre settimane, paragonabili a quelli del trasporto marittimo in condizioni normali. Il collo di bottiglia rimane nei porti disponibili, dove i tempi di gestione delle merci si sono dilatati considerevolmente.

Il settore dell’hardware digitale subisce ritardi pesanti

Il comparto del digital signage — schermi, media player e infrastrutture connesse — registra difficoltà analoghe a quelle del food retail, ma con minore priorità nell’accesso alle capacità di trasporto disponibili. Dall’India, il trasporto su gomma non è percorribile. Le alternative rimangono il trasporto aereo, costoso e con capacità ridotta, oppure la rotta via porti distanti con lunghi tratti terrestri.

Secondo dati di invidis research, la domanda di nuovi dispositivi si è quasi azzerata: in assenza di certezze sui tempi di consegna, la maggior parte degli acquirenti istituzionali ha congelato o rimandato gli ordini. I ritardi marittimi si misurano in settimane, con sovraprezzi significativi su tutte le tratte. Una ripresa degli ordinativi non è attesa prima dell’autunno 2026.

Megaprogetti rallentati, mall con ricavi in calo del 40%

Anche l’Arabia Saudita, che ha in corso alcune delle iniziative di trasformazione urbana più ambiziose al mondo, non è immune. Diversi progetti edilizi e di digitalizzazione sono stati sospesi o ridimensionati in attesa di una stabilizzazione delle rotte di approvvigionamento. Le importazioni automotive sono bloccate: i produttori non riescono a movimentare veicoli verso la regione. Il Financial Times ha segnalato questa settimana che alcuni residenti facoltosi del Golfo hanno optato per far trasportare le proprie Ferrari via aerea, unica via rimasta percorribile.

Fiere ed eventi commerciali negli Emirati e in Arabia Saudita sono stati posticipati o cancellati. I centri commerciali, che dipendono in misura rilevante dal turismo e dalla clientela business in transito, segnalano contrazioni dei ricavi intorno al 40%.

La logistica rimane la variabile critica per i prossimi mesi

Il Golfo ha dimostrato capacità di recupero dopo la crisi finanziaria del 2008 e durante la pandemia. Le basi strutturali dell’economia regionale — riserve sovrane, diversificazione in corso, domanda interna solida — rimangono intatte. Tuttavia, nessun operatore di mercato si aspetta una soluzione politica rapida tra Iran, Israele e Stati Uniti, anche se tutti la auspicano.

Fino a quando le rotte marittime non torneranno operative, la logistica resterà la principale variabile di incertezza per chiunque operi o investa nell’area: costi imprevedibili, tempi di consegna non garantiti, piani di espansione sotto revisione. Per il 2026, la parola d’ordine nel Golfo non è crescita, ma tenuta.

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