Il Brent si mantiene oltre 112 dollari al barile e il WTI si consolida attorno ai 100 dollari, con prezzi quasi raddoppiati rispetto ai livelli pre-conflitto di circa 70 dollari. Il mercato petrolifero continua a scontare un’escalation che si estende oltre le rotte di transito tradizionalmente considerate a rischio. I tentativi diplomatici di Washington non hanno prodotto risultati tangibili, mentre gli attacchi si moltiplicano su infrastrutture portuali e industriali in più paesi della regione. Gli analisti prevedono che i prezzi resteranno elevati almeno nel breve periodo, salvo segnali concreti di de-escalation.
L’escalation si allarga oltre il Golfo
Le forze Houthi, sostenute dall’Iran, hanno lanciato per la prima volta un missile verso Israele dall’inizio del conflitto. Parallelamente, Israele ha intensificato i bombardamenti su Libano e Beirut. Agli episodi si aggiungono disruption segnalate in porti e infrastrutture dell’Oman, un hub logistico di rilievo per i flussi energetici regionali.
Il fatto che le ostilità si stiano spostando verso nuove aree geografiche ha rafforzato i timori di mercato su possibili interruzioni alle catene di approvvigionamento energetico. Lo Stretto di Hormuz resta il punto focale per le prospettive di prezzo, ma il perimetro del rischio si è allargato. Gli attacchi a zone industriali e infrastrutture portuali segnalano che le preoccupazioni non riguardano più soltanto le rotte marittime.
La diplomazia non ferma i rialzi
Donald Trump ha prorogato al 6 aprile il termine entro cui l’Iran dovrebbe consentire il passaggio di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. L’annuncio ha prodotto un calo temporaneo dei prezzi, interpretato da alcuni investitori come un segnale di possibile apertura negoziale. La tregua è durata poco: con la ripresa degli scambi sui mercati internazionali, i prezzi hanno ripreso a salire.
“La dissonanza diplomatica di questa settimana tra Stati Uniti e Iran ha disorientato gli investitori”, ha dichiarato Doug Beath, global equity strategist al Wells Fargo Investment Institute. “Alla fine, la propensione al rischio non ha retto all’incertezza del conflitto.” Jim Bianco, presidente di Bianco Research, è più diretto: “Qualsiasi ulteriore dichiarazione di Trump su un accordo è rumore di fondo per i mercati. Solo se sarà Teheran a dire che i negoziati vanno bene, il mercato ne terrà conto.”
Il messaggio degli analisti è uniforme: i mercati hanno smesso di reagire alle dichiarazioni politiche, a meno che non siano accompagnate da progressi verificabili sul campo.
Le aspettative si spostano su un orizzonte più lungo
Fawad Razaqzada, analista di mercato presso FOREX.com, sottolinea che la capacità del greggio di mantenersi stabilmente sopra i 100 dollari riflette una pressione rialzista strutturale. “Quel livello si è consolidato dopo che l’Iran ha di fatto respinto la proposta di cessate il fuoco avanzata da Trump”, ha osservato. Razaqzada avverte che un’ulteriore escalation potrebbe portare a prezzi “significativamente più alti” e a un contestuale calo dei mercati azionari, con rischi inflazionistici già in aumento per via dei costi energetici.
Stephen Innes, managing partner di SPI Asset Management a Singapore, inquadra la proroga diplomatica americana in termini precisi: “Dieci giorni di estensione sono tempo guadagnato, non rischio ridotto. I mercati stanno prezzando questa distinzione.” Innes aggiunge che la tenuta del petrolio segnala “un rischio di escalation persistente sotto la superficie dei titoli di giornale”, con il mercato che si sta riposizionando da uno scenario di risoluzione rapida a uno di conflitto strutturalmente prolungato.
La combinazione tra flussi marittimi sotto pressione, attacchi alle infrastrutture e assenza di progressi diplomatici dovrebbe mantenere i prezzi su livelli elevati nel breve termine. Una correzione significativa appare improbabile in assenza di una de-escalation chiara e credibile da entrambe le parti.
