Le Nazioni Unite hanno costituito un gruppo di lavoro dedicato a mitigare gli effetti umanitari e commerciali della chiusura dello Stretto di Hormuz, interrotta la navigazione mercantile dopo l’avvio delle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran il 28 febbraio scorso. La task force, istituita su iniziativa del Segretario Generale António Guterres, ha il mandato di elaborare meccanismi tecnici per garantire la continuità dei flussi alimentari e dei fertilizzanti. Il portavoce dell’ONU Stéphane Dujarric ha avvertito che le interruzioni nel traffico marittimo rischiano di produrre ricadute significative sulla produzione agricola globale nei prossimi mesi.
Energia e fertilizzanti: le due pressioni sul mercato globale
Lo Stretto di Hormuz è una delle arterie marittime più rilevanti del pianeta: attraverso di esso transita circa un quinto della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. La sua chiusura effettiva ha fatto salire i prezzi dell’energia in modo sostenuto, aggravando le condizioni già tese sui mercati internazionali delle materie prime.
Ma l’impatto non si limita agli idrocarburi. L’ONU ha segnalato che le interruzioni stanno colpendo anche i flussi commerciali di derrate alimentari e fertilizzanti, con effetti a cascata sulle economie più vulnerabili. L’aumento dei costi di trasporto, dei noli marittimi e dei premi assicurativi sta scaricando pressione aggiuntiva su importatori di Africa subsahariana e Asia meridionale, che dipendono in misura rilevante dalle rotte del Golfo Persico per l’approvvigionamento di materie prime agricole.
Il problema non è solo congiunturale: un prolungamento della crisi nel corso delle prossime settimane potrebbe compromettere i cicli di semina in alcune regioni, con riflessi sulla disponibilità alimentare nel secondo semestre dell’anno.
Il modello della Black Sea Grain Initiative
La task force sarà guidata da Jorge Moreira da Silva, funzionario di alto livello delle Nazioni Unite, e si ispirerà esplicitamente ad altre iniziative multilaterali già sperimentate in contesti analoghi. Il riferimento principale è la Black Sea Grain Initiative, il corridoio umanitario negoziato dall’ONU nel 2022 per sbloccare le esportazioni agricole ucraine dopo l’invasione russa su larga scala.
Quell’accordo — mediato con la partecipazione di Turchia, Russia e Ucraina — aveva permesso di movimentare decine di milioni di tonnellate di grano e altri cereali in circa quattordici mesi, prima della sua interruzione nell’estate del 2023. L’ONU intende replicare la logica di quel meccanismo, ovvero la creazione di canali tecnici e diplomatici paralleli rispetto al conflitto in corso, senza attendere una risoluzione politica complessiva.
Dujarric ha precisato che il Segretario Generale rimane impegnato nel perseguire un accordo ampio e duraturo sul conflitto in Medio Oriente, ma che l’azione immediata sul piano umanitario e commerciale non può essere subordinata all’esito dei negoziati politici.
Le implicazioni per i mercati del Golfo
La crisi di Hormuz si inserisce in un contesto di riassestamento delle rotte energetiche globali già in atto da anni. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita dispongono di infrastrutture pipeline alternative che bypassano lo stretto, ma la capacità di trasporto di questi corridoi terrestri non è sufficiente a compensare i volumi normalmente movimentati via mare.
Per Dubai e più in generale per gli hub commerciali del Golfo, la situazione presenta implicazioni di segno opposto: da un lato aumenta la pressione logistica e l’incertezza per le imprese che operano su rotte asiatiche e africane; dall’altro rafforza il ruolo strategico degli scali emiratini come nodi di redistribuzione e stoccaggio in uno scenario di rerouting forzato dei flussi commerciali internazionali.
